Il Regno Unito tra Brexit e nuovi equilibri commerciali
Nel 2016, la decisione britannica di abbandonare l’Unione Europea spinse numerose imprese a trasferire le proprie attività sul continente, portando con sé investimenti e posti di lavoro. Oggi, nel 2025, lo scenario potrebbe ribaltarsi completamente. La minaccia del presidente americano Donald Trump di imporre dazi commerciali del 30% sull’UE, previsti per il primo agosto salvo accordi dell’ultimo minuto, potrebbe trasformare il Regno Unito in una destinazione privilegiata per le aziende europee.
Una posizione strategica vantaggiosa
“Il Regno Unito potrebbe emergere come grande vincitore indiretto” se i dazi americani sull’UE diventassero realtà, sostiene Alex Altmann, partner e responsabile del desk tedesco presso Lubbock Fine, società di consulenza aziendale con sede a Londra. L’analisi di Altmann evidenzia un punto cruciale: se l’aliquota tariffaria per l’UE si attestasse effettivamente intorno al 30%, i dazi significativamente più bassi del Regno Unito verso gli Stati Uniti rappresenterebbero un incentivo sostanziale per le aziende europee. Queste potrebbero considerare di trasferire parte della produzione nel Regno Unito o espandere le strutture già esistenti sul territorio britannico. “Il Regno Unito dispone di ampia capacità produttiva inutilizzata dopo la Brexit. Un divario significativo tra i dazi britannici e quelli europei rappresenterebbe un’opportunità importante per recuperare parte dello status perduto come hub manifatturiero europeo chiave”, aggiunge Altmann, che ricopre anche il ruolo di vicepresidente della Camera di Commercio Britannica in Germania.
Gli accordi commerciali post-Brexit
La posizione favorevole del Regno Unito deriva da una serie di accordi strategici. Londra ha già concluso un accordo commerciale con gli Stati Uniti che riduce i dazi sulle automobili al 10% e garantisce le tariffe più basse sulle importazioni di acciaio. Parallelamente, il governo laburista guidato dal Primo Ministro Keir Starmer ha negoziato un accordo di “reset” con l’UE, superando anni di tensioni post-referendum. Questa configurazione commerciale rappresenta un netto miglioramento rispetto agli anni di incertezza che hanno seguito la Brexit. Le imprese hanno dovuto navigare in un contesto caratterizzato da maggiore burocrazia e barriere all’export, particolarmente problematiche considerando che l’UE rimane il principale partner commerciale del Regno Unito, rappresentando oltre il 50% del commercio estero di beni nel 2024 secondo i dati della Commissione Europea.
L’esodo delle imprese dopo la Brexit
Numerose grandi aziende, in particolare nel settore dei servizi finanziari come Goldman Sachs e JPMorgan, avevano cercato di evitare le complessità normative del panorama post-Brexit trasferendo operazioni e asset verso altri hub finanziari europei: Dublino, Parigi, Amsterdam e Francoforte. L’esodo, tuttavia, si è rivelato meno drammatico del previsto.
L’impatto economico della Brexit
Mentre sostenitori e critici continuano a dibattere sui meriti e gli svantaggi della Brexit, la maggior parte degli economisti concorda sul fatto che l’uscita dall’UE abbia influenzato negativamente export, occupazione e crescita economica britannica. L’Office for Budget Responsibility, l’organismo indipendente di previsione del Regno Unito, stima che export e import saranno circa il 15% inferiori nel lungo termine rispetto a uno scenario di permanenza nell’UE. Per quanto riguarda il PIL, si stima generalmente che l’economia britannica sia circa il 5% più piccola di quanto sarebbe stata senza la Brexit.
Le incognite sui benefici potenziali
Nonostante l’apparente vantaggio competitivo del Regno Unito, l’entità di eventuali benefici derivanti dalle difficoltà commerciali tra UE e USA rimane incerta. Non è ancora chiaro se i dazi del 30% sull’UE entreranno effettivamente in vigore il primo agosto. La natura imprevedibile di Trump significa che l’aliquota finale potrebbe essere superiore (aveva precedentemente minacciato il 50%) o inferiore, verso il 10% che l’UE sta perseguendo.
Scetticismo degli analisti
Non tutti concordano sul fatto che il Regno Unito possa beneficiare delle sventure commerciali dell’UE. “Prima di tutto, i dazi del 30% per l’UE non sono scontati”, ha dichiarato Carsten Nickel, managing director di Teneo, sottolineando che qualsiasi potenziale spostamento degli investimenti aziendali dall’Europa al Regno Unito difficilmente avverrebbe rapidamente. “Se parliamo di spostare impianti produttivi dall’Europa al Regno Unito perché il Regno Unito ha un accordo con gli USA, l’orizzonte temporale è pluriennale, se non decennale“, ha spiegato Nickel.
I limiti strutturali del Regno Unito
Un altro aspetto critico riguarda la struttura economica britannica. Nickel ha evidenziato che il punto di forza del Regno Unito rimane nei servizi finanziari piuttosto che nel manifatturiero, settore che resta più sviluppato in paesi orientati all’export come Germania e Italia. “La realtà è che il vantaggio comparativo del Regno Unito non è nella manifattura di alta gamma. L’idea di trasferire domani nel Regno Unito la produzione attualmente localizzata in Germania o Svizzera non è una decisione che un leader aziendale europeo può prendere dall’oggi al domani”, ha concluso Nickel. Il futuro delle relazioni commerciali transatlantiche rimane quindi avvolto nell’incertezza, con il Regno Unito che si trova in una posizione potenzialmente vantaggiosa ma con sfide strutturali significative da affrontare per capitalizzare pienamente questa opportunità.