Come da previsione di chi temeva il più classico degli autunni caldi, lo spread è iniziato a salire a un ritmo elevato a partire dai primi di ottobre. I giornali e le televisioni non parlano d’altro. C’è chi agita in maniera compulsiva lo spettro del fallimento, accusando il governo di stare portando il paese alla catastrofe. Quanto c’è di vero? L’Italia rischia veramente di fallire? Proviamo a rispondere a questa domanda, descrivendo l’una e l’altra campana.

Cosa vuol dire default

A rigor di termini, uno stato non può fallire. Anche se si usa l’espressione “fallimento”, quella più corretta sarebbe “default”. A fallire, infatti, non è lo stato in quanto tale, bensì le sue capacità di solvenza. Uno stato in fallimento, o per meglio dire in default, è uno stato che non riesce a far fronte a una parte o la totalità dei suoi debiti, dichiarando – molto banalmente – che non restituirà il denaro ai creditori. Per inciso, il debito non si ripaga mai del tutto, bensì si rinnova: quando un titolo di Stato sta per scadere ed è ora di ripagare il creditore, il Tesoro emette un altro titolo e con quello si fa prestare denaro da qualcun altro.

Dunque, al massimo uno Stato può dichiararsi insolvente. E’ comunque una catastrofe. Lo è sia per i creditori che per il debitore, lo Stato, appunto. Il motivo è intuitivo: chi presterebbe mai del denaro a un soggetto che poco tempo prima ha stracciato in maniera unilaterale un debito? Il rischio maggiore, dalle implicazioni apocalittiche, è che lo Stato non riesca più a finanziarsi e non abbia quindi denaro sufficiente a far funzionare la macchina amministrativa.

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Per questo lo “spettro del fallimento” fa così paura. Questo spettro è oggi (ottobre 2018) evocato da politici, giornalisti e analisti. Vediamo se questa ipotesi ha realmente delle chance di verificarsi.

Perché l’Italia può fallire

Chi crede che il rischio default sia reale, fa spesso riferimento all’ipotesi di un aumento incontrollato degli interessi ma anche a molti altri fattori che, in un modo o nell’altro, spingerebbero l’Italia verso una condizione di insolvenza. Ecco quali.

Sfiducia dei mercati

Gli investitori non credono più all’Italia. La verità è che ha tradito troppe volte le promesse, comportandosi in maniera sempre diversa rispetto a quanto promesso. Una sensazione, questa, esacerbata dalle volontà dichiarate del governo corrente, che minaccia di portare avanti un paradigma disruptive rispetto a quello classico. Tale sfiducia sarebbe alimentata dai dati macroeconomici che consegnano l’Italia al fanalino di coda rispetto agli altri paesi europei (con l’eccezione di Spagna e Grecia). Questa sfiducia starebbe causando la fuga degli investitori o comunque richieste più pesanti da parte loro circa gli interessi da corrispondere. L’implicazione più concreta di questa sfiducia, quindi, sarebbe proprio l’aumento degli interessi sul debito.

Aumento del debito

L’aumento della massa debitoria non è una prerogativa del presente e men che meno dell’Italia. Tutti i paesi, quelli capitalisti almeno, tendono a creare debito, e a farlo soprattutto nei periodi di crisi o bassa crescita. Tuttavia ci sono delle soglie psicologiche che è bene non superare, e l’Italia le ha superate quasi tutte. Ha superato ormai dieci anni fa la soglia del 100%, circa quattro anni fa ha superato quella del 120%. Attualmente siamo al di sopra del 130%. Gli investitori si potrebbero chiedere se, in condizioni come queste, sia veramente saggio fare altra spesa in deficit (come l’attuale governo italiano sta pensando di fare). Questa constatazione, ovvero che l’Italia pur essendo pesantemente indebitata sta programmando di fare altro debito, causerebbe non solo la già citata sfiducia dei mercati ma anche un aumento della spesa per interessi, la quale diventando insostenibile rischierebbe di provocare il default.

Fine del Quantitative Easing

Questo è uno dei pochi fattori sui quali c’è assoluta concordanza di interpretazioni. La fine del programma di allentamento quantitativo causerà una certa pressione sui titoli di debito pubblico dell’Italia e non solo. Il QE, infatti, ha consentito alla BCE di acquistare i titoli di debito a tasso zero, annullando i costi di rifinanziamento dei vari paesi. Quando il Quantitative Easing verrà messo in soffitta (semplicemente perché sono stati raggiunti gli obiettivi di inflazione) i vari tesori nazionali, tra cui quello italiano, saranno costretti a rivolgersi in toto agli investitori privati, che certamente chiederanno un interesse alto. In questo modo si alimenterà il circolo vizioso che, nella visione dei pessimisti, potrebbe portare a una situazione di insostenibilità prima e di insolvenza poi.

Prospettiva di dissoluzione dell’euro

Politicamente, in Europa sta soffiando il vento del cambiamento. Da alcuni, però, si tratta di un cambiamento in peggio, che rischia di far saltare in aria l’euro zona. Si stanno affacciando nei vari parlamenti, in alcuni casi fino a conquistare la maggioranza, forze politiche sovraniste ed euroscettiche. Insieme, potrebbero mettere l’euro in crisi. E’ questa l’accusa, per esempio, che viene fatta all’attuale governo: voler uscire dall’euro. L’accusa rimane in piedi tutt’ora, nonostante mille smentite. Tuttavia, è ovvio: se tale prospettiva viene data per realistica dagli investitori, questi si affretteranno a vendere per evitare una svalutazione, e ciò causerà un aumento degli interessi e l’innesco del circolo vizioso di cui abbiamo parlato poco fa.

Perché l’Italia non può fallire

Chi invece crede che il rischio default non sia ipotizzabile o almeno molto scarsa, fa riferimento ad altre evidenze.

Fondamentali economici

L’Italia, secondo gli ottimisti, sarebbe troppo solida per poter fallire, ovvero per non riuscire a pagare gli interessi sul debito e a rinnovare periodicamente, e secondo il programma di aste, i propri titoli. Almeno in confronto a una situazione di allarme vero, quella di fine 2011 in cui seriamente l’Italia sembrò sull’orlo di finire come la Grecia. All’epoca, le prospettive di crescita erano pessime: si prevedeva addirittura un -2,5% per l’anno successivo e una disoccupazione in aumento di un paio di punti. Oggi è tutto diverso: la crescita è bassa, ma c’è. La disoccupazione, poi, sta calando anche se a ritmo ancora troppo blando. Senza contare un elemento che viene spesso trascurato: il risparmio privato. Gli italiani hanno una riserva patrimoniale superiore agli 8.000 miliardi di euro. Inservibili ai fini del debito? Forse, ma sicuramente sono il segnale che ce le passiamo “meno peggio” di quanto sembri.

La teoria del “too big to fail”

Secondo questo convincimento, l’Italia non potrebbe fallire perché troppo grande. O, per meglio dire, nessuno lo permetterebbe. Anche perché il rischio concreto è che si trascini dietro non solo l’Europa ma anche il mondo intero. Per comprendere il vero significato di questa teoria è sufficiente ricordare che l’Italia è comunque la settima economia del mondo e ha il terzo debito pubblico più grande del pianeta (dopo Stati Uniti e Giappone). C’è anche una controteoria, ovvero quella secondo cui l’Italia è troppo grande per essere salvata. Una cosa è intervenire per dare “ristoro” (se così si può chiamare) alla Grecia, il cui PIL  può essere paragonato a quello di una regione media di Italia, Francia, Germania. Una cosa è salvare la terza economia dell’area Euro. Secondo entrambi le teorie, comunque, le istituzioni farebbero di tutto per evitare il default dell’Italia, e ciò è la migliore garanzia affinché questa eventualità non si verifichi.

Mancanza del movente

Questa motivazione è simile alla precedente, ma tiene conto dell’intenzionalità. Molto banalmente, a nessuno conviene rischiare che l’Italia vada in malora. Ciò risulta intuitivo sia da un punto di vista logico che economico. Siamo in piena globalizzazione finanziaria, quindi tutto si lega. Il rischio contagio sarebbe veramente alto, in caso di default dell’Italia. Sul piano pratico, delle conseguenze dirette, a soffrirne sarebbero in particolare vari paesi europei. In primis, Francia e Germania, che detengono parecchie quote del nostro debito. Dunque, se l’Italia si dichiarasse insolvente, le banche tedesche e francesi si ritroverebbero con un buco clamoroso e difficilmente rimarrebbero in piedi. Da lì in poi si scatenerebbe un effetto domino dalle conseguenze imprevedibili. Dunque, nessuno vuole realmente che l’Italia fallisca.

Il vero spread

Questo è un elemento interessante, perché trascurato dai media. Gira voce, ma ormai è una evidenza quasi conclamata, che i grandi e i piccoli investitori non si interessino allo spread classico, ovvero quello tra i titoli decennali italiani e i titoli decennali tedeschi. Piuttosto, i creditori e gli aspiranti creditori, guarderebbero a un altro spread, quello sì in grado di fungere da indicatore della sostenibilità del debito. Il riferimento è allo sconosciutissimo spread tra titoli biennali italiani e…. Titoli decennali italiani. La cosa è molto logica: se un investitore per prestare denaro a due anni chiede tanti interessi quanti ne chiede per prestare denaro a dieci anni, vuol dire che teme per il futuro immediato. E se teme per il futuro immediato vuol dire che sta pensando a un default nel breve periodo. Ora, si stanno registrando alcune difficoltà anche per ciò che concerne i titoli biennali, ma siamo comunque nel campo della fisiologia. Gli investitori, insomma, credono poco al default. E se ci credono gli investitori…

Conclusioni

Quale campana ascoltare? L’Italia rischia veramente di fallire oppure è una paura infondata? Entrambi gli schieramenti hanno dalla loro motivazioni ed evidenze molto plausibili. E’ molto probabile, quindi, che non si possa fare altro che appellarsi all’incertezza. Molto banalmente, non è dato saperlo, non ora almeno.

Tuttavia, si può partire da alcuni punti fermi. In primo luogo, la situazione dell’Italia odierna è molto diversa da quella pre-crisi, anche da un punto di vista numerico. Del domani non c’è certezza, è ovvio, ma lo spread si sta muovendo troppo lentamente e con troppi rintracciamenti per segnalare una situazione di precisa. Chi si lamenta dello spread a 300, dovrebbe ricordare che questa cifra è stata raggiunta solo tre mesi fa per una “banale” difficoltà a formare il governo. Dovrebbe ricordare anche che quando l’Italia versava realmente in difficoltà lo spread era quasi del doppio.

Di contro, non si possono nemmeno ignorare le sirene di allarme di chi ipotizza in buona fede un rischio default.

A proposito di buona fede, c’è da considerare il concetto opposto, la malafede. Sia da un lato che dall’altro. C’è una grande probabilità, infatti, che lo scontro tra ottimisti e pessimisti non sia uno scontro “nobile” tra diverse visioni dell’economia, tra diversi paradigmi di interpretazione dei dati. E’ possibile che la partita sia quasi esclusivamente politica. Non bisogna dimenticare che nel 2019 si terranno le elezioni europee, che rischiano di modificare radicalmente l’assetto dell’Unione. In gioco c’è tantissimo e non stupirebbe che in realtà la paura del debito, come una certa sicumera riguardo allo stesso, non siano altro che armi da agitare in faccia al nemico politico.