L’amministrazione Trump punta a far pagare i colossi tecnologici per la crisi energetica

L’amministrazione Trump ha lanciato un’iniziativa senza precedenti per affrontare la crescente crisi energetica negli Stati Uniti, chiedendo alle grandi aziende tecnologiche di assumersi la responsabilità finanziaria per la costruzione di nuove centrali elettriche. La mossa arriva in risposta all’esplosione della domanda di energia causata dai data center dedicati all’intelligenza artificiale.

La rete PJM al centro della strategia energetica

Il fulcro dell’intervento riguarda PJM Interconnection, la più grande rete elettrica degli Stati Uniti, che serve oltre 65 milioni di persone in 13 stati e Washington D.C. L’area di servizio include la Virginia settentrionale, attualmente il mercato di data center più grande al mondo. Secondo quanto riferito da fonti della Casa Bianca, il presidente Trump intende spingere PJM a organizzare un’asta d’emergenza in cui le aziende tecnologiche dovrebbero competere per aggiudicarsi contratti relativi a nuova capacità di generazione elettrica.

Un piano da 15 miliardi di dollari

L’obiettivo dichiarato prevede la costruzione di 15 miliardi di dollari di nuova capacità di generazione di base. Parallelamente, l’amministrazione vuole imporre un tetto massimo ai prezzi che le centrali esistenti possono applicare nel mercato della capacità, una misura pensata per proteggere i consumatori dall’aumento delle bollette. Il Segretario all’Energia Chris Wright e il Segretario agli Interni Doug Burgum, insieme ai governatori della regione medio-atlantica, hanno annunciato un accordo bipartisan per sollecitare PJM ad adottare queste misure.

L’impatto economico sui consumatori americani

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I dati parlano chiaro: secondo l’organismo di vigilanza Monitoring Analytics, i costi per garantire la capacità energetica sulla rete PJM sono esplosi negli ultimi anni, con 23 miliardi di dollari attribuibili direttamente ai data center. Questi costi vengono inevitabilmente trasferiti sui consumatori finali, configurando quello che gli analisti definiscono un “massiccio trasferimento di ricchezza” dalle famiglie alle grandi corporation tecnologiche.

Il rischio blackout diventa concreto

La situazione è ulteriormente aggravata dal deficit di capacità registrato nell’ultima asta di PJM: la rete risulta carente di 6 gigawatt rispetto ai requisiti di affidabilità per il 2027, l’equivalente di sei grandi centrali nucleari. Abe Silverman, ricercatore presso la Johns Hopkins University ed ex consulente legale del consiglio dei servizi pubblici del New Jersey, ha evidenziato le conseguenze concrete: “Invece di un blackout ogni dieci anni, ci stiamo avvicinando a una frequenza molto più elevata”.

Le implicazioni politiche della crisi energetica

L’aumento delle bollette elettriche sta diventando un tema politicamente sensibile, nonostante le promesse elettorali di Trump di ridurre i costi energetici. La questione ha giocato un ruolo determinante nelle recenti vittorie dei democratici Mikie Sherrill e Abigail Spanberger nelle elezioni governatoriali di New Jersey e Virginia. Per gli investitori e gli operatori del settore energetico, questa iniziativa rappresenta un potenziale punto di svolta nelle dinamiche tra Big Tech e mercato dell’energia, con ripercussioni significative sulle strategie di investimento nel comparto utilities e nelle infrastrutture energetiche statunitensi.