Lo shock energetico riporta in scena lo spettro della stagflazione

I banchieri centrali di tutto il mondo avrebbero voluto, almeno per una volta, una settimana tranquilla. Invece si sono ritrovati a gestire uno shock energetico innescato dal conflitto in Medio Oriente e una nuova ondata di ansia inflazionistica. L’economia globale è stata risospinta in una trappola ben nota: i prezzi dell’energia salgono perché la violenza nella regione sta colpendo direttamente le infrastrutture che garantiscono il flusso di petrolio e gas naturale. E quando questo accade, le banche centrali perdono gran parte del loro margine di manovra.

Mercati azionari in forte calo su scala globale

I mercati equity globali hanno registrato ribassi generalizzati, con le perdite più marcate concentrate sull’MSCI Emerging Markets (-3,0%), sul Topix giapponese (-2,9%), sul DAX tedesco (-2,7%) e sul FTSE 100 britannico (-2,7%). L’indice MSCI World ha mostrato una maggiore resilienza con un calo dello 0,7%. Anche i futures statunitensi in pre-market puntavano al ribasso, con il Dow Jones e l’S&P 500 entrambi in flessione dello 0,6%.

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La Federal Reserve tra cautela e incertezza geopolitica

La catena di eventi che ha portato a questa situazione è relativamente lineare. La Federal Reserve ha mantenuto i tassi invariati, come ampiamente previsto, ma ha contestualmente rivisto al rialzo le proprie previsioni su crescita e inflazione per il 2026. In condizioni normali, questo segnalerebbe un orientamento più restrittivo. Eppure, la proiezione mediana della Fed continua a indicare un solo taglio dei tassi nel corso dell’anno. Il presidente Jerome Powell ha sottolineato la necessità di prudenza, dichiarando che è ancora troppo presto per valutare l’impatto economico complessivo del conflitto. Ha inoltre chiarito che la Fed non intende precipitarsi verso una politica monetaria più accomodante solo perché le prospettive di crescita potrebbero deteriorarsi.

Perché uno shock petrolifero cambia tutte le regole

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Per mesi gli investitori avevano sperato che la Fed sarebbe intervenuta per sostenere un’economia alle prese con un rallentamento della domanda, un mercato del lavoro più debole e costi di finanziamento elevati. Ma uno shock petrolifero riscrive completamente il copione. L’aumento dei prezzi energetici produce due effetti simultanei e particolarmente sgraditi: spinge l’inflazione verso l’alto e la crescita verso il basso. È esattamente il tipo di scenario che i banchieri centrali temono di più, perché i loro strumenti convenzionali sono progettati per problemi più lineari. Se l’inflazione è troppo alta a causa di una domanda eccessiva, si alzano i tassi. Se la crescita è troppo debole e l’inflazione è contenuta, si tagliano. Ma quando benzina e diesel salgono perché missili colpiscono campi petroliferi e impianti di gas, la politica monetaria perde gran parte della sua efficacia. Powell sta essenzialmente comunicando che la Fed non fingerà di poter risolvere uno shock dell’offerta con manovre sui tassi di interesse. Questo spiega perché i mercati hanno reagito negativamente nonostante la banca centrale non abbia effettivamente inasprito la propria politica. Le azioni sono scese, mentre i rendimenti dei Treasury sono saliti. L’S&P 500 è scivolato ai minimi degli ultimi quattro mesi, avvicinandosi pericolosamente alla sua media mobile a 200 giorni, mentre Dow Jones e Nasdaq sono scesi al di sotto delle rispettive medie.

Powell e il suo futuro alla guida della Fed

Powell ha affrontato la questione del proprio mandato con una franchezza insolita. Ha dichiarato di voler restare in carica fino alla conferma del suo successore da parte del Senato e di intendere rimanere nel board della Fed fino alla completa risoluzione di un’indagine del Dipartimento di Giustizia che lo coinvolge. Per i mercati, questo significa che una voce relativamente ortodossa potrebbe restare al suo posto più a lungo del previsto. Powell non è mai stato considerato un falco dell’inflazione in senso stretto. Ma rispetto a chiunque il presidente Donald Trump potrebbe preferire al suo posto, rappresenta un presidio di stabilità istituzionale. Trump vuole la sua rimozione, ma Powell non sembra affatto intenzionato ad assecondarlo.

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Il conflitto in Medio Oriente colpisce le infrastrutture energetiche

Nel frattempo, il fumo si alza letteralmente dagli impianti energetici della regione del Golfo. I prezzi del petrolio sono schizzati verso l’alto dopo che attacchi e contrattacchi hanno colpito importanti infrastrutture per la produzione di gas ed energia. Israele ha colpito il giacimento iraniano di South Pars, uno dei più grandi campi di gas naturale al mondo. L’Iran ha risposto prendendo di mira impianti in Qatar e Arabia Saudita. Gli analisti avvertono che, se le minacce contro siti in Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Qatar dovessero concretizzarsi pienamente, centinaia di migliaia di barili al giorno di capacità di raffinazione potrebbero scomparire dal mercato quasi istantaneamente, creando una stretta simultanea su diesel, carburante per aviazione e nafta.

Il Brent oltre i 110 dollari: verso quota 120?

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Il Brent ha superato i 110 dollari al barile e, secondo alcune stime, potrebbe oltrepassare i 120 dollari qualora le interruzioni si estendessero ulteriormente. Gli economisti ritengono che una recessione potrebbe non materializzarsi a meno che il petrolio non raggiunga livelli significativamente più elevati — intorno ai 138 dollari al barile — e vi rimanga per diverse settimane. In altre parole, non siamo ancora di fronte a uno scenario recessivo automatico. Si tratta piuttosto di una pressione crescente sulle famiglie, sul trasporto merci, sulle compagnie aeree, sugli operatori crocieristici, sui produttori industriali e su ogni attività che dipende dal trasporto o dalla petrolchimica.

Gas naturale: il rischio sottovalutato

Anche il gas naturale è parte integrante di questa crisi, e forse rappresenta l’elemento più sottovalutato. Gli attacchi alle infrastrutture chiave stanno modificando il modo in cui gli acquirenti valutano il gas naturale liquefatto (GNL), i contratti a lungo termine e la sicurezza delle forniture future. Anche se i prezzi dovessero eventualmente raffreddarsi, la percezione di vulnerabilità delle catene di approvvigionamento energetico è destinata a persistere.

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Europa particolarmente esposta: il ritorno dell’incubo energetico

L’Europa si trova in una posizione di particolare vulnerabilità. Gli Stati Uniti godono di vantaggi strutturali che molti dei loro alleati non possiedono: sono molto più autosufficienti dal punto di vista energetico, possono rilasciare greggio dalle riserve strategiche e assorbire le distorsioni logistiche con maggiore flessibilità. L’Europa, al contrario, si ritrova a fronteggiare lo stesso incubo ricorrente: inflazione energetica importata combinata con un indebolimento della crescita. Questo spiega perché la Banca Centrale Europea (BCE), la Bank of England, la Banca Nazionale Svizzera, la Riksbank svedese e la Bank of Japan appaiono tutte orientate a mantenere i tassi invariati, nonostante il quadro economico si faccia progressivamente meno confortevole.

Le sfide specifiche delle principali banche centrali

La cautela della Bank of Japan è particolarmente comprensibile. Il Giappone resta fortemente dipendente dalle importazioni di idrocarburi, il che significa che uno shock petrolifero e del gas colpisce il Paese con una forza speciale. Una nazione che stava lentamente muovendo verso tassi più alti deve ora considerare la possibilità che una politica più restrittiva si scontri con la debolezza indotta dall’energia. Per la Bank of England, un taglio dei tassi a breve termine che fino a poco tempo fa sembrava plausibile appare ora molto meno probabile. Per la Banca Nazionale Svizzera, i tassi sono già a zero, ma il franco forte continua a creare problemi, il che significa che nemmeno tassi negativi possono essere completamente esclusi in futuro. Per la BCE, il sentiment è cambiato radicalmente: all’inizio dell’anno molti si aspettavano una lunga pausa, mentre ora i mercati stanno addirittura contemplando la possibilità di rialzi dei tassi nel corso del 2026.

Equity: vincitori e vinti in uno scenario brutale

I mercati azionari stanno separando vincitori e perdenti con una brutalità insolita. Le compagnie aeree e gli operatori crocieristici sono sotto pressione a causa del caro-carburante e della prospettiva che i consumatori diventino più cauti nelle spese discrezionali. I titoli dei semiconduttori legati alla memoria sono scesi nonostante risultati trimestrali solidi e guidance positive da parte di Micron, che ha quasi triplicato i ricavi del secondo trimestre. Gli investitori stanno però guardando con maggiore attenzione alla spesa in conto capitale in un contesto di tassi elevati e destinati a restare alti più a lungo del previsto. Nvidia ha perso terreno, così come SanDisk e Western Digital. Al contrario, i titoli legati ai droni hanno continuato la loro corsa al rialzo, beneficiando direttamente del contesto geopolitico.

Segnali positivi isolati in un mercato difficile

Alcune aziende sono comunque riuscite a distinguersi positivamente. Five Below è salita grazie a una guidance ottimistica e ricavi trimestrali superiori alle attese. Apple, pur restando in ritardo nel segmento dell’intelligenza artificiale rivolta al consumatore, sembra comunque sulla buona strada per generare oltre 1 miliardo di dollari di ricavi legati all’AI nel 2026, principalmente grazie al controllo dei dispositivi attraverso cui gli utenti accedono ai modelli di altre aziende.

Cosa aspettarsi nelle prossime settimane

Lo scenario attuale configura un equilibrio estremamente fragile per i mercati finanziari globali. La combinazione di tensioni geopolitiche, prezzi energetici in ascesa e banche centrali con margini di manovra ridotti crea le condizioni per una volatilità persistente. Gli investitori dovranno monitorare con attenzione tre variabili chiave: l’evoluzione del conflitto in Medio Oriente e il suo impatto sulle infrastrutture energetiche, la traiettoria del prezzo del Brent rispetto alla soglia critica dei 120-138 dollari, e le prossime comunicazioni delle banche centrali, in particolare della Fed e della BCE, per capire se e come adatteranno la propria strategia a uno shock che sfugge ai loro strumenti tradizionali. In un contesto di stagflazione incipiente, la diversificazione del portafoglio e un’attenta gestione del rischio diventano più importanti che mai.