Il petrolio oltre i 100 dollari: perché la Cina è più resiliente

Le tensioni in Medio Oriente legate al conflitto con l’Iran hanno riportato il prezzo del petrolio sopra la soglia psicologica dei 100 dollari al barile per la prima volta in quattro anni. Tuttavia, l’impatto sull’economia cinese potrebbe essere significativamente inferiore rispetto al passato e rispetto ad altri grandi consumatori di energia come Stati Uniti e India. La ragione risiede in una strategia energetica ventennale che ha trasformato la posizione della Cina nei mercati globali dell’energia.

Riserve strategiche: un cuscinetto da 1,2 miliardi di barili

Secondo gli analisti di OCBC, la Cina potrebbe risultare “meno sensibile a una chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz” rispetto a molte economie asiatiche. Il motivo principale è l’accumulo di una delle più grandi riserve strategiche e commerciali di greggio al mondo. A gennaio 2026, le scorte onshore di greggio cinese erano stimate in circa 1,2 miliardi di barili, sufficienti a coprire tra i 3 e i 4 mesi di fabbisogno. Questo margine temporale consente a Pechino di ritardare l’impatto economico di eventuali interruzioni nelle forniture, come sottolineato da Rush Doshi, direttore della China Strategy Initiative presso il Council on Foreign Relations. L’Agenzia statunitense per l’informazione energetica (EIA) prevede inoltre che la Cina espanderà ulteriormente le proprie scorte strategiche di circa 1 milione di barili al giorno nel corso del 2026.

La dipendenza dallo Stretto di Hormuz è in calo

Lo Stretto di Hormuz, il passaggio marittimo che collega il Golfo Persico al Mar Arabico, rappresenta un collo di bottiglia critico per il commercio globale di energia. Secondo i dati di Kpler, circa il 31% del petrolio trasportato via mare a livello mondiale transita da questo stretto, pari a circa 13 milioni di barili al giorno. Tuttavia, la Cina ha lavorato negli ultimi vent’anni per ridurre la propria dipendenza da questa rotta. Grazie alla costruzione di nuovi oleodotti terrestri e alla diversificazione delle fonti energetiche, oggi Pechino dipende dallo Stretto di Hormuz solo per il 40-50% delle importazioni petrolifere via mare. Secondo Ting Lu, capo economista per la Cina di Nomura, le spedizioni di petrolio attraverso lo stretto rappresentano appena il 6,6% del consumo energetico complessivo cinese, mentre le importazioni di gas naturale dalla stessa rotta incidono per un ulteriore 0,6%.

Tre giganti, tre strategie energetiche diverse

Stati Uniti: autosufficienza petrolifera

Gli Stati Uniti sono il primo consumatore mondiale di petrolio secondo l’OPEC, ma hanno puntato massicciamente sull’aumento della produzione domestica nell’ultimo decennio. Il Paese produce la maggior parte del petrolio di cui ha bisogno, con le importazioni nette che rappresentano una quota marginale del consumo totale.

India: la più vulnerabile

L’India, terzo consumatore e terzo importatore mondiale di greggio, è il Paese più esposto tra i tre grandi consumatori. Le importazioni di petrolio rappresentano circa un quarto del consumo energetico totale indiano, secondo l’analisi dei dati dell’EIA. La quota di rinnovabili nel mix energetico indiano resta ferma allo 0,2%.

Cina: diversificazione accelerata

La Cina è il più grande importatore di greggio al mondo, acquistando quasi il doppio degli Stati Uniti. Tuttavia, la dipendenza dalle importazioni di petrolio incide solo per il 14% del consumo totale, un dato significativamente inferiore a quello indiano. Soprattutto, Pechino ha intrapreso una transizione energetica strutturale che sta cambiando radicalmente il suo profilo di rischio.

La rivoluzione delle rinnovabili e dei veicoli elettrici

Le fonti rinnovabili (esclusi nucleare e idroelettrico) rappresentavano l’1,2% del consumo energetico totale cinese nel 2023, in crescita dallo 0,2% di vent’anni prima, secondo i calcoli basati sui dati dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. Un dato ancora contenuto in termini assoluti, ma con implicazioni globali enormi data la scala dell’economia cinese. L’obiettivo dichiarato da Pechino è ambizioso: portare la quota di combustibili non fossili al 25% del consumo energetico totale entro il 2030, rispetto al 21,7% registrato nel 2025.

L’effetto dei veicoli elettrici sulla domanda di petrolio

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La spinta cinese verso l’elettrificazione dei trasporti sta già producendo effetti misurabili. Secondo il Rhodium Group, la diffusione dei veicoli elettrici in Cina, inclusi i camion, ha già spostato oltre 1 milione di barili al giorno di domanda implicita di petrolio a luglio 2025, con una previsione di ulteriori 600.000 barili al giorno nei dodici mesi successivi. Oggi, più della metà delle nuove auto vendute in Cina sono veicoli a nuova energia (NEV), alimentati prevalentemente da batterie anziché da benzina. Questo trend strutturale sta erodendo progressivamente la domanda cinese di carburanti per il trasporto su strada.

Un mix elettrico meno dipendente dagli idrocarburi

Un altro elemento chiave è la composizione del mix elettrico cinese. Petrolio e gas naturale rappresentano appena il 4% della generazione elettrica del Paese, una percentuale drasticamente inferiore al 40-50% tipico di molte economie asiatiche. L’elettricità cinese è generata prevalentemente da carbone e da una quota crescente di fonti rinnovabili. Secondo il think tank energetico Ember, le rinnovabili hanno coperto circa l’80% della nuova domanda elettrica cinese nel 2024.

I rischi che restano: carbone, Iran e geopolitica

Il carbone resta dominante

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Nonostante i progressi nelle rinnovabili, i combustibili fossili continuano a svolgere un ruolo centrale nell’economia cinese. Il carbone, in particolare, resta la fonte energetica primaria: la Cina è il primo produttore e consumatore mondiale di carbone, e la sua quota nel mix energetico, pur stagnante, rimane elevata. La transizione energetica è inoltre complicata dal fatto che il settore dei combustibili fossili è dominato da imprese statali, strutturalmente meno agili rispetto al settore privato.

Il fattore Iran

Le sanzioni statunitensi contro l’Iran hanno reso la Cina uno dei pochi acquirenti del petrolio iraniano. Secondo Ano Kuhanathan, responsabile della ricerca corporate di Allianz Trade, l’Iran rappresenta circa il 20% delle importazioni petrolifere cinesi, un volume che potrebbe essere in gran parte sostituito da maggiori acquisti dalla Russia. Il rischio più significativo riguarda piuttosto i circa 5 milioni di barili al giorno che la Cina importa da altri Paesi mediorientali attraverso lo Stretto di Hormuz.

Le importazioni di greggio: un quadro in evoluzione

Le importazioni cinesi di greggio sono calate di quasi il 2% nel 2024, secondo Wind Information. Tuttavia, con l’intensificarsi delle tensioni in Medio Oriente, le importazioni sono risalite del 4,6%, raggiungendo il record di circa 580 milioni di tonnellate metriche. Come sintetizzato da Go Katayama, analista principale di Kpler: “La Cina è materialmente esposta, ma più flessibile”.

Una crisi che accelera la transizione

Secondo Muyi Yang, analista senior per l’energia in Asia presso Ember, uno shock come quello attuale non cambierà la direzione strategica della Cina, ma la rafforzerà. “Questo scenario evidenzia i rischi di una forte dipendenza da petrolio e gas importati. Ecco perché la transizione non riguarda solo la costruzione di più impianti eolici e solari, ma una decarbonizzazione a livello dell’intera economia”, ha dichiarato Yang. Gli analisti di OCBC confermano questa visione: “Con la domanda di carburanti stradali che mostra già segnali di picco e la capacità rinnovabile in rapida espansione, la sensibilità della Cina alle fluttuazioni del prezzo del petrolio sta diminuendo su base annua”. Nel medio-lungo termine, l’elettrificazione dei trasporti e l’espansione della generazione elettrica da fonti rinnovabili isoleranno ulteriormente l’economia cinese dagli shock legati al petrolio. Per gli investitori e gli operatori del mercato forex, questa dinamica ha implicazioni profonde: la tradizionale correlazione tra prezzo del petrolio e pressione economica sulla Cina potrebbe attenuarsi progressivamente, ridefinendo gli equilibri nei mercati delle materie prime e nelle valute asiatiche.