Il prezzo dell’oro non reagisce alla crisi in Medio Oriente

Nonostante l’escalation del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, il prezzo dell’oro non ha registrato il rally che molti analisti si aspettavano. A differenza di quanto accaduto durante la guerra dei dodici giorni con l’Iran nel 2025, quando il metallo prezioso aveva messo a segno un’impennata significativa per poi ritracciare con l’annuncio del cessate il fuoco, questa volta la reazione del mercato è stata decisamente più contenuta.

Cosa è successo dopo gli attacchi del 28 febbraio

Dopo i raid lanciati da Stati Uniti e Israele contro l’Iran il 28 febbraio 2026, l’oro è salito da 5.296 a 5.423 dollari per oncia troy, in linea con il classico meccanismo che spinge gli investitori verso i cosiddetti beni rifugio nei momenti di tensione geopolitica. Tuttavia, un’ondata di vendite ha fatto crollare le quotazioni di oltre il 6%, portandole a 5.085 dollari il 3 marzo. Nelle sessioni successive, con il conflitto in fase di escalation, il prezzo si è mosso in un range compreso tra 5.050 e 5.200 dollari, con l’ultimo dato spot intorno ai 5.175 dollari per oncia.

Perché l’oro non sale: i fattori chiave

Dollaro forte e rendimenti dei Treasury in rialzo

Secondo Ross Norman, CEO del portale specializzato Metals Daily, tra i principali fattori che frenano il rialzo dell’oro ci sono il rafforzamento del dollaro e l’aumento dei rendimenti dei titoli di Stato americani. Quando i Treasury offrono rendimenti più elevati, gli asset che non generano cedole o interessi — come l’oro — perdono attrattiva relativa rispetto alle obbligazioni governative. Norman ha inoltre sottolineato come l’impennata dei prezzi del petrolio, legata al rischio di una chiusura dello Stretto di Hormuz — il corridoio marittimo strategico per il transito di greggio e gas naturale — potrebbe alimentare pressioni inflazionistiche prolungate. Questo scenario costringerebbe le banche centrali a mantenere o addirittura alzare i tassi di interesse, penalizzando ulteriormente il metallo giallo.

Volatilità anomala e nervosismo istituzionale

Un altro elemento da considerare è la volatilità insolitamente elevata registrata dall’oro negli ultimi mesi. Dopo i movimenti eccezionali delle settimane precedenti, alcuni investitori istituzionali hanno iniziato a ridurre le proprie posizioni in lingotti, preoccupati dall’instabilità dei prezzi. Come ha osservato Norman, i movimenti attuali possono sembrare deludenti, ma vanno contestualizzati dopo una fase di rialzi straordinari.

Il meccanismo del panic selling

Amer Halawi, responsabile della ricerca presso Al Ramz, ha offerto una spiegazione complementare: nei momenti di shock geopolitico, si verifica spesso un’ondata di vendite da panico che coinvolge tutte le asset class, oro compreso. Quando si manifesta una crisi di liquidità, gli investitori tendono a liquidare indiscriminatamente le proprie posizioni per far fronte ai margin call e alle esigenze di cassa. “Tradizionalmente, anche l’oro subisce vendite durante uno shock iniziale, per poi recuperare in una fase successiva”, ha dichiarato Halawi a CNBC. Si tratta del cosiddetto effetto “flush”, in cui i trader vengono forzati a chiudere le posizioni al ribasso prima che il mercato ritrovi un equilibrio e gli investitori tornino a concentrarsi sugli asset più appropriati.

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Le previsioni delle grandi banche restano rialziste

Nonostante la volatilità di breve termine, le principali istituzioni finanziarie mantengono un outlook decisamente positivo sull’oro per il resto del 2026. J.P. Morgan prevede che il prezzo raggiunga i 6.300 dollari per oncia entro la fine dell’anno, mentre Deutsche Bank conferma un target di 6.000 dollari per il medesimo orizzonte temporale. Queste proiezioni suggeriscono che la fase attuale di consolidamento potrebbe rappresentare un’opportunità di ingresso per gli investitori con un orizzonte di medio-lungo periodo.

Cosa monitorare nelle prossime settimane

Per chi opera sui mercati finanziari, i fattori da tenere sotto osservazione sono molteplici: L’evoluzione del conflitto in Medio Oriente, in particolare il rischio di un blocco dello Stretto di Hormuz, che avrebbe ripercussioni enormi sui prezzi energetici globali e, di conseguenza, sull’inflazione. Le decisioni della Federal Reserve e delle altre banche centrali sui tassi di interesse, che influenzano direttamente il costo opportunità di detenere oro. L’andamento del dollaro americano, storicamente correlato in modo inverso al prezzo del metallo prezioso. I flussi sugli ETF auriferi, indicatore chiave della domanda istituzionale e retail verso il settore dei metalli preziosi. La storia insegna che le fasi di apparente stallo dell’oro durante le crisi geopolitiche spesso precedono movimenti direzionali significativi. La domanda non è se il metallo giallo reagirà, ma quando e con quale intensità.