Il paradosso del mercato del lavoro americano

La prima settimana completa del 2026 ha riservato sorprese inattese agli investitori globali. Tra tensioni geopolitiche legate all’intervento americano in Venezuela, un settore tecnologico in fase di consolidamento e nuove minacce al commercio internazionale, i mercati finanziari hanno cercato rifugio nell’unico indicatore considerato ancora affidabile: lo stato dell’occupazione negli Stati Uniti. Il rapporto sull’occupazione di dicembre ha confermato ciò che molti sospettavano senza temere eccessivamente. Il mercato del lavoro si sta raffreddando, ma non sta crollando. I nonfarm payrolls sono aumentati di sole 50.000 unità, ben al di sotto delle aspettative degli analisti. Le revisioni dei mesi precedenti hanno inoltre sottratto altri 76.000 posti di lavoro dal conteggio complessivo. Tuttavia, il tasso di disoccupazione è sceso al 4,4%, leggermente migliore delle previsioni. In sostanza, le assunzioni rallentano, ma i lavoratori continuano a trovare impiego.

La reazione tiepida dei mercati finanziari

I mercati hanno accolto questi dati con sostanziale indifferenza. I futures hanno registrato lievi rialzi su tutti i principali indici, una reazione ben lontana da quella di investitori preoccupati per una recessione imminente o entusiasti per un’ondata di tagli ai tassi.

Le implicazioni per la Federal Reserve

Questo scenario ha conseguenze decisive per la Federal Reserve. Da mesi i policymaker americani ripetono di volere “maggiore chiarezza” prima di procedere con ulteriori riduzioni dei tassi. I dati di dicembre offrono qualche indicazione, ma non sufficiente per modificare la rotta:

  • La crescita occupazionale è più debole del previsto, ma non abbastanza debole
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  • La disoccupazione sta scendendo, non salendo
  • Le pressioni salariali non sono né allarmanti né rassicuranti

Il rapporto supporta perfettamente la posizione preferita dalla Fed: attendere e osservare.

Prospettive sui tassi di interesse nel 2026

I trader stanno ancora prezzando circa 60 punti base di tagli nel corso del 2026, ma la tempistica appare sempre più spostata verso la seconda parte dell’anno. Una pausa a gennaio non sembra più una scelta tattica, bensì lo scenario di base. Il 2026 si configura come un anno di transizione per la politica monetaria, non un punto di svolta. L’era dell’allentamento aggressivo è terminata: è iniziata quella della ricalibratura prudente.

Equity e settore tecnologico in cerca di direzione

Gli indici azionari mostrano guadagni modesti su base settimanale, sebbene l’entusiasmo iniziale si sia affievolito. I benchmark a forte componente tecnologica hanno sottoperformato mentre il trade sull’intelligenza artificiale prende fiato. Titoli come Nvidia e ASML hanno registrato flessioni, ricordando agli investitori che anche le tecnologie più rivoluzionarie non possono sfidare la gravità all’infinito. L’AI rimane attraente, ma le valutazioni continuano a far riflettere.

Il settore della difesa emerge come vincitore

Al contrario, i titoli del comparto difesa non mostrano esitazioni. Budget militari in crescita, tensioni geopolitiche e consenso politico bipartisan hanno trasformato il settore nel chiaro vincitore di inizio 2026.

Il rischio tariffe: la Corte Suprema potrebbe ribaltare tutto

Lo shock più significativo potrebbe non arrivare dai dati economici, ma dalla Corte Suprema. I giudici potrebbero pronunciarsi in qualsiasi momento sulla legalità delle tariffe commerciali introdotte dall’amministrazione Trump. Gli esperti legali ritengono probabile un annullamento. Le conseguenze sarebbero immediate: decine di miliardi di dollari in dazi potrebbero dover essere rimborsati, e parti dell’architettura commerciale americana verrebbero messe in discussione. I mercati potrebbero inizialmente festeggiare barriere commerciali più basse, ma qualsiasi rally rischia di essere effimero. La Casa Bianca ha già fatto trapelare di avere piani alternativi pronti, e l’incertezza tende a sopravvivere alle buone notizie.

Petrolio: un mercato in preda alla confusione

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Il mercato petrolifero incarna perfettamente questa incertezza. I prezzi sono scesi a inizio settimana sulla prospettiva di maggiore offerta qualora gli Stati Uniti iniziassero a gestire il greggio venezuelano. Poi sono rimbalzati bruscamente quando sono riemerse paure di conflitti geopolitici più ampi. Trump vuole petrolio a basso costo, ma questo obiettivo si scontra con gli interessi dei produttori americani di shale oil, che hanno avvertito come i barili venezuelani potrebbero devastare i trivellatori domestici. Aggiungendo le minacce contro l’Iran e nuove sanzioni sugli acquirenti di petrolio russo, non sorprende che i trader appaiano disorientati.

Cina: inflazione debole e crescita modesta

La Cina non offre conforto. L’inflazione rimane debole, i prezzi alla produzione continuano a scendere, e il modesto aumento dei prezzi al consumo è attribuibile più ai costi alimentari che a una domanda genuina. La seconda economia mondiale mostra pochi segnali di accelerazione, rafforzando la sensazione che la crescita globale nel 2026 sarà accettabile ma non spettacolare.

Movimenti corporate e dinamiche regionali

Sul fronte societario, Rio Tinto e Glencore stanno nuovamente valutando una fusione che creerebbe un colosso minerario proprio mentre le risorse naturali tornano al centro dell’attenzione. Gli investitori hanno già scelto da che parte stare: le azioni Glencore sono balzate, quelle di Rio sono scese. Intel ha registrato un rialzo dopo un endorsement presidenziale, mentre General Motors ha subito una svalutazione da 6 miliardi di dollari per ridimensionare le proprie ambizioni nel settore dei veicoli elettrici.

Performance dei mercati Asia-Pacifico ed Europa

Nell’area Asia-Pacifico i mercati si sono mostrati ottimisti. Il Giappone ha recuperato terreno, Cina e Hong Kong hanno chiuso in leggero rialzo, e il rally della Corea del Sud prosegue indisturbato. L’Europa chiude la settimana prevalentemente in territorio positivo.