L’inflazione americana resta sopra il target Fed prima dello shock petrolifero
I dati pubblicati dal Dipartimento del Lavoro statunitense hanno confermato che l’inflazione al consumo negli Stati Uniti è rimasta al 2,4% su base annua a febbraio, in linea con il dato di gennaio. Tuttavia, questa fotografia dei prezzi è stata rapidamente superata dagli eventi geopolitici: l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, avvenuto il 28 febbraio, ha innescato un’impennata dei costi energetici che rischia di stravolgere il quadro inflazionistico nei mesi successivi. L’inflazione core, che esclude le componenti volatili di alimentari ed energia, si è attestata al 2,5% annuo, il livello più basso degli ultimi cinque anni ma ancora al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla Federal Reserve. Su base mensile, i prezzi al consumo sono saliti dello 0,3% rispetto a gennaio, mentre i prezzi core hanno registrato un incremento più contenuto dello 0,2%.
Lo shock petrolifero: il greggio verso i 150 dollari al barile?
Il conflitto nel Golfo Persico ha provocato oscillazioni violente sui mercati petroliferi. Il prezzo del greggio è schizzato fino a quasi 120 dollari al barile nei giorni immediatamente successivi all’attacco, per poi ripiegare verso gli 87 dollari dopo che il presidente Donald Trump ha definito l’operazione una “escursione di breve termine”. Tuttavia, la minaccia di ulteriori attacchi ha mantenuto elevata l’incertezza.
La chiusura dello Stretto di Hormuz e le conseguenze globali
Secondo Wood Mackenzie, società di analisi energetica, la chiusura dello Stretto di Hormuz ha rimosso circa tre quarti della produzione petrolifera del Golfo Persico dai mercati mondiali. Un episodio emblematico della gravità della situazione è stato il colpo subito da una nave cargo thailandese al largo dell’Oman, colpita da un proiettile e andata in fiamme. L’Iran ha inoltre preso di mira campi petroliferi e raffinerie nei paesi arabi del Golfo, con l’obiettivo di generare sufficiente pressione economica globale per costringere Stati Uniti e Israele a cessare le operazioni militari. Se le spedizioni attraverso lo Stretto non dovessero riprendere rapidamente, Wood Mackenzie prevede che il prezzo del petrolio potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile nelle settimane successive, con ripercussioni a catena su tutta l’economia globale.
Benzina in impennata: +20% in un solo mese negli USA
Il prezzo medio della benzina negli Stati Uniti è balzato a 3,58 dollari al gallone, secondo i dati AAA, con un incremento di circa il 20% in un solo mese. Si tratta dell’aumento mensile più consistente dal marzo 2022 e, prima ancora, dal giugno 2009. Laura Rosner-Warburton, economista senior di MacroPolicy Perspectives, stima che l’inflazione mensile di marzo potrebbe registrare un balzo fino allo 0,9%, il più ampio degli ultimi quattro anni. Su base annua, l’inflazione potrebbe facilmente superare il 3% e avvicinarsi al 4% nei mesi successivi.
Effetti a cascata su trasporti, alimentari e ristorazione
L’impennata dei costi energetici non si limita alla pompa di benzina. I rincari del petrolio si propagano inevitabilmente su: Tariffe aeree, direttamente legate al costo del carburante per aviazione. Costi di spedizione e logistica, che incidono sui prezzi di beni di consumo e alimentari. Ristorazione, già sotto pressione per l’aumento dei costi delle materie prime alimentari, saliti dello 0,4% solo a febbraio e del 2,4% su base annua. Anche l’inflazione core, meno sensibile nel breve periodo, rischia di subire pressioni al rialzo nei mesi successivi man mano che i maggiori costi di trasporto si trasferiscono lungo tutta la catena del valore.
La Federal Reserve in una posizione estremamente delicata
Lo shock energetico complica enormemente il lavoro della Fed, che si trova intrappolata tra due esigenze contrastanti. Da un lato, il mercato del lavoro mostra segnali di debolezza: a febbraio gli Stati Uniti hanno perso 92.000 posti di lavoro, un dato nettamente peggiore delle attese, con il tasso di disoccupazione salito al 4,4% dal 4,3% precedente. In condizioni normali, questo giustificherebbe un taglio dei tassi per sostenere crescita e occupazione. Dall’altro lato, l’impennata inflazionistica rende quasi impossibile qualsiasi allentamento monetario nel breve termine. La Fed ha già tagliato il tasso di riferimento tre volte nel corso del 2025, portandolo all’attuale livello di circa il 3,6%, prima di lasciarlo invariato nella riunione di gennaio.
Il fantasma dell’inflazione post-COVID frena la Fed
Gregory Daco, capo economista di EY-Parthenon, ha sottolineato come i banchieri centrali siano ancora segnati dall’esperienza del 2022-2023, quando definirono “transitoria” l’inflazione post-pandemia che si rivelò poi la peggiore degli ultimi quarant’anni. Questo precedente li rende estremamente cauti nel sottovalutare qualsiasi nuovo shock sui prezzi. Austan Goolsbee, presidente della Federal Reserve Bank di Chicago, ha dichiarato a Bloomberg che “con l’aumento delle incertezze, il momento in cui ha senso agire continua a essere posticipato”, definendo la combinazione di inflazione in risalita e mercato del lavoro in deterioramento come “lo scenario peggiore per una banca centrale”. Un dettaglio particolarmente significativo emerge dai verbali della riunione di gennaio della Fed: alcuni funzionari avevano già ventilato la possibilità di dover rialzare i tassi anziché tagliarli, e questo prima ancora dell’escalation militare contro l’Iran.
Implicazioni per i mercati finanziari e il contesto politico
La combinazione di inflazione in risalita, incertezza geopolitica e rallentamento del mercato del lavoro crea un ambiente particolarmente complesso per gli investitori. La spesa dei consumatori, che rappresenta circa due terzi del PIL statunitense, rischia di subire una contrazione significativa se i prezzi energetici dovessero restare elevati a lungo. Sul fronte politico, il tema dell’accessibilità economica è già diventato una questione spinosa per i Repubblicani al Congresso, che dovranno affrontare gli elettori nelle elezioni di metà mandato previste per la fine dell’anno. Quasi cinque anni di prezzi persistentemente elevati hanno eroso il potere d’acquisto delle famiglie americane, e un nuovo shock inflazionistico potrebbe avere conseguenze politiche significative.
Scenari possibili per i prossimi mesi
L’evoluzione del quadro dipenderà in larga misura dalla durata del conflitto nel Golfo Persico. Se le ostilità dovessero cessare rapidamente e le rotte di navigazione riaprirsi, i prezzi del petrolio e della benzina potrebbero rientrare, anche se storicamente i prezzi alla pompa scendono molto più lentamente di quanto salgano. In caso contrario, il mercato si prepara a uno scenario di stagflazione — crescita economica debole accompagnata da inflazione elevata — che rappresenterebbe la sfida più complessa per la politica monetaria americana dai tempi della crisi energetica degli anni Settanta. Per i trader sul forex, questo scenario implica una volatilità prolungata sul dollaro e un’attenzione ancora maggiore alle prossime comunicazioni della Federal Reserve, la cui riunione è prevista per la prossima settimana.