L’inflazione statunitense rallenta più del previsto a gennaio
Il costo della vita negli Stati Uniti ha registrato un rallentamento superiore alle previsioni nel mese di gennaio, alimentando le speranze che il persistente problema inflazionistico americano stia finalmente iniziando a rientrare. L’indice dei prezzi al consumo (CPI) ha segnato un incremento annuo del 2,4%, in calo di 0,3 punti percentuali rispetto al mese precedente, secondo i dati pubblicati dal Bureau of Labor Statistics. Si tratta del livello più basso registrato dal maggio scorso, riportando il tasso d’inflazione ai valori osservati subito dopo l’annuncio dei dazi aggressivi sulle importazioni da parte del presidente Donald Trump nell’aprile 2025. Al netto delle componenti più volatili come alimentari ed energia, il CPI core si è attestato al 2,5% su base annua. Gli economisti interpellati da Dow Jones avevano previsto un tasso annuo del 2,5% per entrambe le letture. Su base mensile, l’indice generale è salito dello 0,2% destagionalizzato, mentre il dato core ha registrato un +0,3%. Le previsioni indicavano uno 0,3% per entrambi gli indicatori.
Il settore immobiliare rallenta: segnale chiave per le famiglie
Un elemento particolarmente significativo del report riguarda i costi abitativi (shelter), che rappresentano oltre un terzo dell’intero paniere CPI. Questa componente è cresciuta di appena lo 0,2% mensile, portando l’incremento annuo al 3%. Si tratta di un dato rilevante, considerando che proprio la persistente pressione sui costi dell’alloggio aveva rappresentato uno dei principali ostacoli al rientro dell’inflazione verso il target della Federal Reserve.
Alimentari, energia e veicoli: un quadro misto
I prezzi alimentari sono aumentati dello 0,2%, con cinque delle sei principali categorie di generi alimentari in rialzo. L’energia ha invece registrato un calo dell’1,5%, contribuendo in modo significativo al contenimento dell’indice generale. Anche il comparto automobilistico ha mostrato dinamiche contenute: i veicoli nuovi sono saliti di appena lo 0,1%, mentre le auto e i camion usati hanno segnato un ribasso dell’1,8%.
Reazione dei mercati e prospettive sui tassi Fed
I futures azionari hanno reagito con moderazione alla pubblicazione del dato, mentre i rendimenti dei Treasury si sono mossi al ribasso, riflettendo aspettative di una politica monetaria meno restrittiva nei prossimi mesi. Heather Long, chief economist di Navy Federal Credit Union, ha commentato positivamente: “Questa è un’ottima notizia sull’inflazione. Il tasso è sceso al livello più basso da maggio e le voci chiave come alimentari, carburante e affitti si stanno raffreddando. Questo offrirà un sollievo molto necessario alle famiglie a reddito medio e moderato.” Il dato inferiore alle attese ha immediatamente rafforzato le aspettative di un taglio dei tassi da parte della Federal Reserve a giugno. Secondo il FedWatch tool del CME Group, i trader hanno portato la probabilità di una riduzione a circa l’83%.
Un quadro economico complesso tra crescita e incertezze
Il report sull’inflazione si inserisce in un contesto macroeconomico articolato. Dopo un avvio lento nel 2025, l’economia statunitense ha accelerato in modo significativo, con una crescita del PIL nel quarto trimestre stimata al 3,7% secondo l’ultimo aggiornamento del GDPNow della Fed di Atlanta. Tuttavia, permangono elementi di preoccupazione. L’inflazione continua a mantenersi al di sopra del target del 2% fissato dalla Fed, nonostante prezzi energetici generalmente contenuti. Il mercato del lavoro ha mostrato segnali di debolezza, con una creazione media di soli 15.000 posti di lavoro al mese nell’ultimo anno. La spesa dei consumatori ha tenuto ragionevolmente bene, sebbene si sia appiattita in modo inatteso in prossimità della stagione natalizia.
L’impatto dei dazi: selettivo, non generalizzato
Contrariamente alle previsioni di molti analisti, i dazi commerciali introdotti dall’amministrazione Trump non hanno generato un’ondata inflazionistica diffusa. L’impatto si è concentrato su categorie specifiche di beni piuttosto che propagarsi all’intero paniere dei prezzi. “I dazi hanno avuto un impatto evidente su prodotti come mobili ed elettrodomestici, ma le voci chiave nei bilanci familiari si stanno raffreddando”, ha aggiunto Long.
Fed in attesa: equilibri delicati tra falchi e colombe
Con segnali economici contrastanti, la Federal Reserve è ampiamente attesa in una posizione di attesa fino a giugno, dopo il ciclo di allentamento che ha visto tre riduzioni dei tassi nella seconda metà del 2025. La banca centrale affronta dinamiche in evoluzione nel 2026, con una rotazione dei presidenti regionali che sembra orientata verso una postura più aggressiva nella lotta all’inflazione e un presidente designato, Kevin Warsh, che potrebbe invece spingere per tassi più bassi. Il Segretario al Tesoro Scott Bessent ha dichiarato che prevede un “boom degli investimenti” come fattore di supporto, stimando un ritorno dell’inflazione al target della Fed “entro la metà di quest’anno”. Bessent ha inoltre sottolineato: “Dobbiamo abbandonare l’idea che la crescita debba automaticamente essere frenata, perché la crescita di per sé non è inflazionistica. È la crescita che si riversa in aree dove non c’è offerta sufficiente, e tutto ciò che questa amministrazione sta facendo è creare più offerta.”
Nota metodologica e prossimi appuntamenti
Il report sull’inflazione di gennaio è stato pubblicato con alcuni giorni di ritardo a causa dello shutdown parziale del governo federale. È importante ricordare che la Fed non utilizza il CPI come misura primaria dell’inflazione, preferendo l’indice dei prezzi delle spese per consumi personali (PCE) elaborato dal Dipartimento del Commercio. La lettura di dicembre del PCE è attesa per il 20 febbraio, un dato che fornirà ulteriori indicazioni sulla traiettoria della politica monetaria americana e sulle decisioni che la banca centrale adotterà nei prossimi mesi.

