L’indice PCE core sale ai massimi da due anni: la Fed non si muove

Il dato di gennaio sull’indice PCE (Personal Consumption Expenditures), la misura dell’inflazione preferita dalla Federal Reserve, ha confermato un quadro di persistente pressione sui prezzi, rafforzando le aspettative di una pausa prolungata nella politica monetaria della banca centrale statunitense. L’indicatore core, che esclude le componenti volatili di alimentari ed energia, è salito al 3,1% su base annua, il livello più alto degli ultimi due anni e un decimo di punto percentuale in più rispetto al 3% registrato a dicembre. Il dato si colloca a un punto percentuale pieno al di sopra dell’obiettivo del 2% fissato dalla Fed, un divario che rende estremamente improbabile qualsiasi allentamento monetario nel breve termine. La pubblicazione dei dati ha subito un ritardo di oltre due settimane a causa dello shutdown governativo dello scorso autunno.

I servizi trainano l’inflazione: il segnale che preoccupa la Fed

L’elemento che desta maggiore preoccupazione tra i funzionari della Federal Reserve è la persistente crescita dei prezzi dei servizi. Secondo Joseph Brusuelas, capo economista di RSM, è proprio questa componente a guidare l’inflazione core, considerata il miglior indicatore delle tendenze di lungo periodo sui prezzi.

Servizi core escluso l’abitazione: accelerazione al 3,5%

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L’inflazione dei servizi core al netto della componente abitativa ha accelerato al 3,5%, il ritmo più sostenuto da febbraio 2025. I principali fattori trainanti sono stati i settori sanitario e dei servizi finanziari, categorie che tuttavia mostrano segnali di possibile rallentamento nei prossimi mesi. Ellen Zentner, chief economic strategist di Morgan Stanley Wealth Management, ha sintetizzato il quadro in modo efficace: “Dati sull’inflazione sempre più persistenti non fanno che rafforzare l’idea che la Fed resterà in una posizione di attesa”.

Il fattore petrolio: la guerra in Iran e l’impatto sull’inflazione headline

Mentre molti membri del FOMC hanno monitorato con attenzione l’aumento dei prezzi dei beni legato ai dazi commerciali, considerandoli rialzi una tantum, un nuovo fattore di rischio si è aggiunto al quadro: il conflitto in Iran sta spingendo al rialzo i prezzi del petrolio, con potenziali ripercussioni significative sull’inflazione complessiva. Secondo diversi analisti, l’inflazione headline potrebbe raggiungere livelli compresi tra il 3,5% e il 4% nella primavera del 2026, un’eventualità che porrebbe la Fed di fronte a un dilemma complesso.

Le domande chiave per la banca centrale

Le questioni fondamentali che la Federal Reserve dovrà affrontare sono tre: 1. In che modo l’aumento dei costi energetici influenzerà le aspettative di inflazione?
2. I rincari del petrolio si trasmetteranno ai prezzi core?
3. Come reagirà la Fed se l’inflazione dovesse accelerare ulteriormente? Jim Bullard, ex presidente della Fed di St. Louis e attualmente dean della Mitch Daniels School of Business alla Purdue University, ha dichiarato di attendersi un rialzo dell’inflazione headline senza un corrispondente aumento significativo della componente core. Il picco dei prezzi petroliferi, secondo Bullard, sposterà l’attenzione della Fed sull’inflazione, ma alimenterà anche la tesi che si tratti di uno shock temporaneo dell’offerta.

Il rischio di ripetere gli errori dell’era pandemica

Brusuelas ha sottolineato che la Fed potrebbe inizialmente ignorare la volatilità dei costi energetici, ma ha lanciato un avvertimento cruciale: “Se le aspettative di inflazione dovessero iniziare a salire, la banca centrale sarà riluttante a commettere lo stesso errore di politica monetaria dell’era pandemica, quando uno shock energetico seguì l’invasione russa dell’Ucraina”. Il riferimento è al periodo 2021-2022, quando la Fed mantenne una politica accomodante troppo a lungo, sottovalutando la natura persistente delle pressioni inflazionistiche. Quel ritardo costrinse poi la banca centrale a un ciclo di rialzi dei tassi tra i più aggressivi della storia recente.

Prospettive sui tassi: nessun taglio prima di dicembre 2026

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I mercati finanziari hanno già incorporato nelle proprie aspettative uno scenario di tassi invariati per gran parte dell’anno. I trader non prezzano la possibilità di un taglio dei tassi prima di dicembre 2026, con la Fed ampiamente attesa a mantenere il range attuale del 3,5%-3,75% nella riunione della prossima settimana. Gli analisti prevedono che l’inflazione si manterrà intorno al livello del 3% o potrebbe addirittura accelerare nel dato di febbraio. Questo scenario è destinato a rafforzare la posizione dei falchi all’interno del FOMC, favorevoli a mantenere i tassi elevati più a lungo, salvo un deterioramento significativo del mercato del lavoro.

L’ipotesi di un rialzo dei tassi: cosa servirebbe

Matthew Luzzetti, capo economista USA di Deutsche Bank Securities, ha analizzato lo scenario estremo di un possibile rialzo dei tassi. Secondo Luzzetti, il PCE core dovrebbe accelerare ben oltre il 3% per giustificare una mossa al rialzo, e tale accelerazione dovrebbe essere guidata dai servizi piuttosto che da shock transitori come dazi o petrolio. “Per arrivare a un rialzo dei tassi, la Fed dovrebbe abbandonare una narrativa fortemente radicata secondo cui una tendenza disinflazionistica è in atto e che, una volta dissipati gli shock una tantum, l’inflazione tornerà vicina al 2%”, ha scritto Luzzetti in una nota ai clienti.

Cosa significa per investitori e mercati

Il quadro che emerge dai dati PCE di gennaio delinea uno scenario complesso per i mercati finanziari nel 2026. L’inflazione persistente, combinata con le tensioni geopolitiche e l’incertezza sui dazi, crea un contesto in cui: Per il mercato forex: il dollaro USA potrebbe mantenersi relativamente forte, sostenuto dall’aspettativa di tassi elevati più a lungo rispetto ad altre economie avanzate. Lo spread dei tassi tra Fed e BCE resta un fattore determinante per il cambio EUR/USD. Per il mercato obbligazionario: i rendimenti dei Treasury a lungo termine potrebbero subire pressioni al rialzo se le aspettative di inflazione dovessero deteriorarsi ulteriormente. Per il mercato equity: la prospettiva di tassi invariati per un periodo prolungato continua a rappresentare un vento contrario per le valutazioni azionarie, in particolare per i settori più sensibili al costo del denaro come il tecnologico e l’immobiliare. La prossima riunione del FOMC sarà un banco di prova fondamentale per comprendere come la Fed intende bilanciare i rischi di un’inflazione persistente con le potenziali ricadute economiche del conflitto in Iran e delle politiche commerciali in corso.