L’Eurozona si avvia verso un nuovo ciclo deflazionistico

Nelle previsioni per il 2026, uno degli scenari più rilevanti riguarda il ritorno dell’Eurozona verso dinamiche deflazionistiche. Questa tendenza non rappresenta una novità, ma piuttosto la continuazione di una paralisi strutturale che affligge l’unione monetaria dalla crisi del debito sovrano del 2011/12.

Le radici strutturali della deflazione europea

La crisi del debito sovrano di oltre un decennio fa non è mai stata realmente risolta. La BCE si è trasformata progressivamente in un veicolo di salvataggio fiscale per i paesi ad alto indebitamento, mentre le problematiche strutturali legate agli elevati livelli di debito in Italia e Spagna non sono mai state affrontate in modo decisivo. Questa situazione ha generato conseguenze profonde: Assenza di spazio fiscale: né Italia né Spagna dispongono di margini di manovra sufficienti per rispondere agli shock economici. Ogni crisi si trasforma inevitabilmente in un estenuante negoziato sull’emissione di debito comune europeo. Equilibrio strutturalmente deflazionistico: la velocità e l’entità degli stimoli di politica economica risultano sistematicamente insufficienti. Questa disfunzione si accumula nel tempo, traducendosi in sottoperformance cronica e pressioni deflazionistiche persistenti.

La Germania: epicentro delle pressioni deflazionistiche

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Rispetto alla crisi del 2011/12, esiste una differenza sostanziale. All’epoca, la Germania registrava tassi di crescita solidi e rappresentava il motore economico dell’area euro. Oggi la situazione si è completamente ribaltata: Berlino sta attraversando una fase di profonda difficoltà economica. Questo cambiamento ha implicazioni significative: le pressioni deflazionistiche ora si irradiano dalla Germania verso il resto dell’Eurozona, invertendo completamente la dinamica osservata dopo la crisi del debito sovrano.

Analisi dello slack economico: metodologia e risultati

Misurare lo slack economico (la differenza tra produzione effettiva e potenziale) rappresenta una sfida metodologica considerevole. L’approccio tradizionale, basato sul calcolo dell’output gap come differenza tra PIL e “potenziale” stimato tramite medie mobili, presenta un difetto fondamentale: le medie temporali seguono troppo fedelmente il PIL effettivo. Quando un paese entra in una fase di rallentamento prolungato, le stime dell’output gap risultano artificialmente contenute perché il PIL potenziale viene trascinato verso il basso insieme a quello effettivo. Per superare questa limitazione, è preferibile calcolare un trend lineare del PIL basato sul tasso di crescita trimestrale medio nei cinque anni precedenti la pandemia, confrontandolo con lo stesso calcolo effettuato per i cinque anni antecedenti la crisi del 2008.

I numeri della Germania: un gap senza precedenti

I dati del terzo trimestre 2025 rivelano una situazione allarmante per l’economia tedesca: Il PIL tedesco si trova al 9% sotto il trend pre-COVID, un divario superiore a quello registrato dopo la crisi finanziaria globale su una scala temporale comparabile. Nel terzo trimestre 2013, questo gap era del 7%. La Germania rappresenta l’unico paese dove il divario attuale supera quello osservato all’epoca della crisi finanziaria. Questo dato conferma che le pressioni deflazionistiche continueranno a propagarsi dalla Germania al resto dell’Eurozona.

Un equilibrio deflazionistico globale

L’analisi dello slack economico rivela un quadro preoccupante a livello mondiale. Nessuna grande economia presenta attualmente un PIL superiore al trend pre-COVID, mentre numerosi paesi mostrano divari sostanziali. Tra le economie con gap significativi figurano: – Cina: rallentamento strutturale post-pandemia – Francia: difficoltà persistenti nella ripresa – Regno Unito: impatto combinato di Brexit e shock pandemico L’equilibrio globale verso cui ci stiamo dirigendo presenta caratteristiche deflazionistiche marcate, richiamando le dinamiche osservate nel decennio successivo alla crisi finanziaria del 2008. Per gli investitori e gli operatori del forex, questo scenario suggerisce un contesto di tassi bassi prolungati e politiche monetarie accomodanti, con implicazioni rilevanti per le strategie di posizionamento sui mercati valutari europei.