Il conflitto in Medio Oriente scuote il mercato dell’alluminio
La guerra tra Stati Uniti, Israele e Iran non ha colpito soltanto il mercato petrolifero. L’alluminio, metallo industriale fondamentale per l’economia globale, ha registrato un’impennata dei prezzi a causa delle gravi interruzioni nelle catene di approvvigionamento provocate dalla chiusura dello Stretto di Hormuz. Sebbene sia il metallo più abbondante sulla crosta terrestre, l’alluminio è un materiale insostituibile in settori chiave come l’elettronica, i trasporti, l’edilizia, i pannelli solari e il packaging.
Prezzi in rialzo dell’8-10% in poche settimane
Dall’inizio del conflitto iraniano, il 28 febbraio 2026, i futures a 3 mesi sull’alluminio quotati al London Metal Exchange (LME) hanno registrato un balzo iniziale fino al 10% entro il 12 marzo, per poi stabilizzarsi su un guadagno complessivo di circa l’8%. Il prezzo si è attestato intorno ai 3.370 dollari per tonnellata, poco al di sotto dei massimi degli ultimi quattro anni. L’alluminio si è così affermato come il metallo industriale con la migliore performance nelle ultime settimane, superando le variazioni registrate nello stesso periodo da oro, argento e rame.
Il taglio produttivo di Alba aggrava la crisi dell’offerta
A peggiorare il quadro è intervenuta la decisione di Alba (Aluminium Bahrain), che ospita la più grande fonderia di alluminio al mondo, di ridurre la produzione del 19% rispetto alla capacità annua di 1,6 milioni di tonnellate. Questa contrazione ha alimentato ulteriormente i timori di una carenza globale del metallo, in un contesto già caratterizzato da scorte in calo e da un rischio concreto di nuove interruzioni logistiche nell’area mediorientale.
Obiettivo 4.000 dollari per tonnellata: le previsioni degli analisti
Secondo CRU Group, società specializzata in intelligence sui metalli, i prezzi dell’alluminio potrebbero spingersi fino a 4.000 dollari per tonnellata qualora le scorte continuassero a diminuire e le tensioni geopolitiche si protraessero. L’analista principale di CRU, Guillaume Osouf, ha sottolineato che il prezzo attuale al LME sarebbe probabilmente già molto più elevato se non fosse per la debolezza della domanda globale, che sta agendo da freno naturale.
L’impatto di un conflitto prolungato
Osouf ha avvertito che un prolungamento delle ostilità potrebbe modificare drasticamente le prospettive di mercato per il resto del 2026, sia per l’impatto duraturo sull’offerta globale sia per le potenziali ricadute negative sulla domanda industriale. In sostanza, il mercato dell’alluminio si trova in una fase di estrema incertezza, dove le variabili geopolitiche pesano quanto — se non più — dei fondamentali economici.
Il ruolo decisivo della Cina
La chiave per comprendere la direzione futura dei prezzi risiede nelle decisioni di Pechino. La Cina è il maggiore produttore mondiale di alluminio e mantiene volontariamente la produzione entro un tetto di circa 45,5 milioni di tonnellate annue, con l’obiettivo di contenere le emissioni e prevenire problemi di sovraccapacità. Artem Volynets, CEO della società mineraria ACG Metals, ha dichiarato a CNBC che se il governo cinese dovesse ritenere i prezzi eccessivamente elevati, potrebbe riattivare numerose fonderie attualmente inattive, inondando il mercato globale di alluminio e provocando un rapido calo delle quotazioni. Si tratta di una leva strategica che Pechino ha già utilizzato in passato e che rappresenta il principale rischio ribassista per chi scommette su ulteriori rialzi.
L’alluminio resta un mercato per investitori istituzionali
Nonostante la forte volatilità recente, né Osouf né Volynets ritengono che l’alluminio possa diventare un asset attrattivo per gli investitori retail, a differenza di quanto accade con argento e rame. Volynets si è detto “sorpreso” all’idea che i piccoli investitori possano interessarsi a un elemento così strettamente legato al ciclo industriale.
Posizionamento dei fondi: segnali contrastanti
I dati sul posizionamento al LME confermano questa lettura. Le posizioni lunghe lorde dei fondi sono solo marginalmente inferiori rispetto a fine gennaio, segno di un coinvolgimento limitato dall’inizio del conflitto. Elemento ancora più interessante: le posizioni corte sono aumentate di 15.000 lotti, indicando che una quota significativa di investitori istituzionali scommette su un calo dei prezzi nel breve termine. Questo dato suggerisce che il mercato è tutt’altro che unanime sulla direzione futura dell’alluminio: da un lato le tensioni geopolitiche spingono al rialzo, dall’altro la debolezza della domanda e la possibile risposta cinese rappresentano fattori di contenimento che gli operatori più sofisticati stanno già prezzando nelle loro strategie.
