Il petrolio balza del 3% sulle tensioni tra Stati Uniti e Iran
Le quotazioni del petrolio hanno registrato un rialzo superiore al 3% nella giornata di mercoledì, dopo che il vicepresidente degli Stati Uniti JD Vance ha dichiarato che l’Iran non ha soddisfatto le condizioni poste da Washington durante i negoziati sul nucleare di questa settimana. Vance ha inoltre ribadito che il presidente Donald Trump si riserva il diritto di ricorrere alla forza militare qualora la diplomazia dovesse fallire. Il WTI (West Texas Intermediate) è salito di 1,99 dollari, pari a un incremento del 3,19%, raggiungendo quota 64,32 dollari al barile. Il Brent, benchmark di riferimento globale, ha guadagnato 2,04 dollari, segnando un rialzo del 3,03% a 69,46 dollari al barile.
Negoziati a Ginevra: segnali contrastanti tra le parti
Gli inviati statunitensi Steve Witkoff e Jared Kushner hanno condotto colloqui sul programma nucleare iraniano a Ginevra martedì. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha definito le discussioni “costruttive”, secondo quanto riportato dai media iraniani, aggiungendo che i colloqui avrebbero prodotto un accordo di massima su alcuni principi guida. Nella sessione di martedì, i prezzi del petrolio avevano chiuso in ribasso, poiché i trader avevano interpretato le dichiarazioni del ministro iraniano come un segnale positivo verso un possibile accordo tra Washington e Teheran. Tuttavia, le parole di Vance hanno rapidamente ribaltato il sentiment del mercato.
La posizione dura di Washington
“Per certi versi i colloqui sono andati bene, hanno concordato di rivedersi”, ha dichiarato il vicepresidente a Fox News martedì sera. “Ma per altri aspetti è molto chiaro che il presidente ha fissato delle linee rosse che gli iraniani non sono ancora disposti a riconoscere e affrontare concretamente.” Vance ha sottolineato che Trump si riserva il diritto di usare la forza qualora la via diplomatica non riesca a fermare il programma nucleare iraniano: “Disponiamo di un esercito molto potente e il presidente ha dimostrato la volontà di utilizzarlo”, ha aggiunto.
Lo scenario di un conflitto militare su larga scala
Secondo fonti citate da Axios, un’eventuale campagna militare statunitense contro l’Iran sarebbe di proporzioni massicce, potrebbe durare settimane e assumerebbe i contorni di un conflitto su vasta scala, ben diverso dall’operazione lampo che ha portato alla cattura del presidente venezuelano Nicolás Maduro nel gennaio 2026. Questo scenario ha immediatamente innescato un repricing del rischio geopolitico sui mercati energetici, con gli operatori che hanno iniziato a incorporare nei prezzi la possibilità concreta di un’interruzione delle forniture dal Medio Oriente.
Lo Stretto di Hormuz al centro delle preoccupazioni
A rendere ancora più teso il quadro geopolitico, le Guardie Rivoluzionarie iraniane hanno condotto esercitazioni militari questa settimana nello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi marittimi più strategici al mondo per il commercio globale di petrolio. Secondo i dati della società di consulenza energetica Kpler, circa un terzo di tutte le esportazioni mondiali di greggio via mare transita attraverso questo stretto corridoio. I media di stato iraniani hanno riferito che il traffico marittimo in una parte dello stretto è stato chiuso martedì a causa delle esercitazioni. Questa mossa è stata interpretata dagli analisti come un chiaro segnale di deterrenza da parte di Teheran, volto a ricordare ai mercati globali la vulnerabilità delle rotte petrolifere nella regione.
Il dispiegamento navale americano nel Golfo
Gli Stati Uniti hanno rafforzato significativamente la propria presenza militare nell’area. La portaerei USS Abraham Lincoln è già posizionata in Medio Oriente, mentre la USS Gerald Ford è in navigazione verso la regione. Trump ha spiegato venerdì scorso la decisione di inviare una seconda portaerei come misura precauzionale in caso di fallimento dei negoziati: “Se non raggiungiamo un accordo, ne avremo bisogno”, ha dichiarato ai giornalisti fuori dalla Casa Bianca.
Implicazioni per i mercati energetici e il forex
L’escalation delle tensioni tra Stati Uniti e Iran rappresenta un fattore di rischio sistemico per i mercati finanziari globali nel 2026. Un eventuale conflitto armato nella regione del Golfo Persico potrebbe provocare un’impennata dei prezzi del greggio ben oltre i livelli attuali, con ripercussioni dirette sull’inflazione globale, sulle politiche monetarie delle banche centrali e sulla crescita economica mondiale. Sul mercato forex, il dollaro statunitense tende storicamente a rafforzarsi nelle fasi di elevata incertezza geopolitica, fungendo da bene rifugio. Allo stesso tempo, le valute dei paesi importatori netti di energia, come l’euro e lo yen giapponese, potrebbero subire pressioni al ribasso qualora i prezzi del petrolio dovessero registrare ulteriori rialzi sostenuti. Per i trader e gli investitori, monitorare attentamente l’evoluzione dei negoziati tra Washington e Teheran sarà fondamentale nelle prossime settimane, poiché ogni dichiarazione ufficiale potrebbe generare elevata volatilità sia sul mercato delle materie prime sia sui principali cross valutari.
