Un mercato che gira su sé stesso senza trovare direzione

Un’altra settimana in cui Wall Street si accontenta del “poteva andare peggio” come dichiarazione di vittoria. I trader navigano tra mini-crolli che colpiscono un settore dopo l’altro, mentre gli investitori cercano conforto nella tenuta relativa della maggioranza dei titoli. L’S&P 500 ha chiuso la settimana sostanzialmente invariato, attestandosi su livelli raggiunti per la prima volta 112 giorni fa, in quel momento di fine ottobre in cui il mercato scontava con entusiasmo uno scenario favorevole: ripresa economica sostenuta dai tagli “assicurativi” della Federal Reserve, boom degli investimenti in intelligenza artificiale e una narrativa di crescita che prometteva più creazione che distruzione. Oggi il quadro è molto diverso. Il mercato pone domande sempre più incisive, offrendo risposte tutt’altro che univoche.

Le cinque domande chiave che agitano gli investitori

1. L’AI distrugge più valore di quanto ne crea?

Le vendite aggressive su titoli del software, dei servizi dati, della consulenza finanziaria e della logistica suggeriscono che il mercato stia rivalutando al ribasso l’impatto dell’espansione dell’intelligenza artificiale sulle aziende esistenti. La domanda cruciale è se il potenziale distruttivo dell’AI superi effettivamente quello creativo per l’economia nel suo complesso.

2. Perché Nvidia non si muove nonostante l’esplosione del capex AI?

I piani di spesa in conto capitale per l’AI nel 2026 sono cresciuti in modo massiccio rispetto alle aspettative di appena un mese fa. Eppure le azioni Nvidia stazionano sui livelli di sei mesi fa, con un rapporto prezzo/utili forward di 23,3 — il premio più sottile rispetto al mercato dal 2015. Un segnale che il mercato ha già scontato gran parte della crescita futura, oppure un’opportunità sottovalutata?

3. La debolezza dei titoli consumer è ciclica o strutturale?

La sottoperformance dei titoli esposti ai consumi rispetto ai tradizionali settori difensivi come gli staples potrebbe essere una semplice pausa ciclica. Ma potrebbe anche riflettere una preoccupazione più profonda sulla tenuta della domanda dei consumatori americani.

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4. Perché i titoli bancari arretrano se la deregolamentazione è il tema del 2026?

Se la deregolamentazione e il rilancio dei mercati dei capitali sono convinzioni centrali per il 2026, è difficile spiegare perché le azioni JPMorgan siano tornate ai prezzi dell’estate scorsa e Goldman Sachs abbia perso il 6% nel mese successivo a risultati trimestrali eccellenti.

5. Il supporto a quota 7.000 è un segnale di forza?

Nonostante il dolore localizzato e le violente oscillazioni interne, l’S&P 500 ha trovato supporto tre volte dall’inizio dell’anno prima di superare un ribasso del 3%. L’incapacità ripetuta di superare la soglia dei 7.000 punti è frustrante, ma la tenuta dei supporti potrebbe indicare una base solida.

La rotazione interna che maschera la stabilità dell’indice

John Kolovos, chief technical strategist di Macro Risk Advisors, ha offerto una lettura illuminante: “Due mesi fa, se mi avessero detto che il software sarebbe sceso del 30%, avrei dato per scontato un calo dell’S&P 500 di almeno il 10%. Lo stesso vale per Netflix, Microsoft o Bitcoin, tutti in ribasso di oltre il 30%. Se mi avessero detto che gli staples e il value avrebbero sovraperformato, avrei concluso che l’indice doveva essere più basso. Ma non è andata così. L’indice è piatto, gira a vuoto, con continui spostamenti interni: molta rotazione che genera dispersione, ma scarso movimento direzionale a livello aggregato.” Quella che per qualcuno è resilienza, per altri è precarietà latente. Ma finora il dolore diffuso è stato evitato — o quantomeno rinviato.

L’equal-weight S&P 500 conferma il broadening

L’S&P 500 equal-weighted sta pienamente confermando l’entusiasmo per un mercato in fase di “allargamento”: dall’inizio dell’anno supera il benchmark ponderato per capitalizzazione di quasi sei punti percentuali. Su scala trentennale, la sovraperformance del titolo mediano appare significativa. Tuttavia, per chi guarda con entusiasmo al precedente dei primi anni 2000, è bene ricordare che gran parte di quella sovraperformance derivò dall’implosione delle mega-cap tecnologiche, più che da guadagni assoluti stellari della maggioranza dei titoli.

Rotazione forzata o rivalutazione genuina?

Nell’interpretare i rapidi cambiamenti di leadership settoriale delle ultime sei settimane, è difficile distinguere una genuina rivalutazione in tempo reale delle prospettive aziendali dalla tipica mean reversion di inizio anno, in cui i trade più affollati vengono messi alla prova e i gruppi sotto-posseduti registrano rimbalzi meccanici. Picchi tattici significativi si sono verificati a gennaio o febbraio nel 2018, 2020, 2022 e 2025, tutti caratterizzati da inversioni del momentum e rotazioni forzate come fattore aggravante. Nick Savone, dal desk equity istituzionale di Morgan Stanley, ha sintetizzato efficacemente la situazione: “I mercati occasionalmente richiedono una rivalutazione onesta — e questa settimana lo ha dimostrato. La leva netta è scesa bruscamente, le posizioni short hanno superato le vendite long, e alcune delle esposizioni fattoriali più affollate — momentum, small cap, titoli preferiti dal retail — sono improvvisamente apparse meno confortevoli. Quando le esposizioni si sovrappongono così strettamente, non serve uno shock macro per generare turbolenza. A volte basta un cambio di narrativa.”

Il quadro macro tiene: occupazione e inflazione migliori delle attese

Un elemento cruciale è che il contesto macroeconomico non si è deteriorato in modo significativo. Il report mensile sull’occupazione pubblicato in ritardo e i nuovi dati sull’inflazione (CPI) avrebbero potuto muoversi in direzione stagflazionistica, ma sono risultati migliori del temuto. Il Wall Street Journal si è spinto a dichiarare raggiunto quel soft landing a lungo promesso e spesso messo in dubbio. In termini generali, i mercati globali stanno cercando di prezzare un impulso reflazionistico: crescita nominale più elevata, politiche fiscali espansive, domanda ridondante di asset reali legata alla costruzione di scorte regionali e una preferenza del compratore marginale per gli asset non statunitensi.

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Utili societari: buoni ma già scontati

Anche i trend degli utili aziendali non hanno rappresentato finora una fonte di preoccupazione. L’S&P 500 nel suo complesso sta registrando una crescita degli utili nel quarto trimestre compresa tra il 10% e il 15%, superando le previsioni di consenso di diversi punti percentuali. Tuttavia, i risultati effettivi hanno battuto le aspettative per diversi trimestri consecutivi, il che significa che il mercato ormai dà per scontati questi margini di sovraperformance. Non sorprende, quindi, che l’S&P 500 scambi sugli stessi livelli dell’ultimo periodo di reporting eccezionalmente forte di tre mesi fa.

La fuga dagli asset virtuali verso il valore fisico

All’interno del mercato azionario statunitense, in assenza di uno shock macro profondo o di stress aziendale, il panico da impatto AI ha innescato una migrazione feroce e dall’aspetto disperato dagli asset virtuali verso il valore fisico. Goldman Sachs ha evidenziato come la valutazione relativa delle aziende asset-light rispetto a quelle asset-heavy si stia comprimendo verso lo zero. È possibile che questa fuga dalle imprese ad alto rendimento dell’economia dell’informazione verso i prodotti tangibili della Old Economy sia sia eccessiva nel breve termine, sia al contempo informativa sui mutevoli rapporti rischio/rendimento.

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700 miliardi di dollari in capex AI: le implicazioni

I 700 miliardi di dollari che le sei maggiori aziende tecnologiche prevedono di spendere quest’anno in capex legato all’AI hanno costretto gli investitori a ragionare in grande sulle implicazioni. Se una cifra simile mobilitata in 12 mesi ha una base razionale, dovrà necessariamente minacciare — se non eliminare — ampie porzioni del panorama aziendale. Questo ha spinto il mercato a cacciare una varietà di aziende intermediarie che avevano costruito il proprio valore su un nucleo di informazioni proprietarie, trasformandolo in servizi accessori stratificati e aumenti di prezzo costanti. Molte di queste società avevano guadagnato lo status di “compounder” tra gli investitori: software enterprise, ma anche processori di transazioni finanziarie, agenzie di rating, broker immobiliari e operatori della logistica merci. Non tutto ha senso nei dettagli, e opportunità di acquisto si stanno certamente creando. Ma la domanda è se questi gruppi possano rapidamente riconquistare il beneficio del dubbio e recuperare le valutazioni premium di un tempo.

Un cambio di leadership a pieno galoppo: un evento raro

Per quanto un mercato più ampio possa sembrare sano, è raro che un bull market esegua un cambio radicale di leadership a piena velocità. L’entusiasmo per l’AI continua a fluire, ma solo attraverso i canali ristretti delle azioni Alphabet e dei titoli legati alla memoria e allo storage. Non va tuttavia esclusa la possibilità che il sentiment possa tornare a favorire il complesso AI in senso più ampio. Solo l’estate scorsa, il grande rischio percepito era che il mercato stesse gonfiando acriticamente tutto ciò che era legato all’intelligenza artificiale, costruendo potenzialmente una bolla instabile. La situazione attuale è quasi l’opposto.

Estremi ridotti ma non eliminati

All’inizio del 2026, i rischi includevano un sentiment degli investitori euforico, valutazioni tirate e un affollamento eccessivo nel tema dell'”accelerazione ciclica”. Questi estremi sono stati ora ridotti, anche se non completamente neutralizzati.

L’ombra delle mega-IPO AI sul mercato

L’imperativo di “pensare in grande” si applica anche alla nuova offerta attesa di equity specificamente legata all’AI. Il mercato è consapevole che le più grandi società private mai esistite si stanno preparando a quotarsi con cessioni di quote minoritarie a valutazioni che superano quelle già raggiunte con investitori di venture capital, fondi sovrani e partner strategici. Se realtà come OpenAI e SpaceX/xAI puntano davvero a capitalizzazioni superiori ai 1.000 miliardi di dollari in un momento in cui la potenza di fuoco dei buyback tecnologici si sta affievolendo, la disponibilità del pubblico a benedire capitalizzazioni così imponenti sarà inevitabilmente messa alla prova. O forse la persistente vendita dei titoli Magnificent 7 è il modo in cui il mercato sta facendo spazio a questi colossi, pronti a irrompere negli indici con il loro peso straordinario.