La strategia di Trump: Groenlandia come obiettivo geopolitico

Donald Trump vuole la Groenlandia. Non si tratta di influenza diplomatica o cooperazione strategica, ma di proprietà diretta. A questa richiesta ha affiancato uno strumento che conosce bene: i dazi doganali. Massicci. Contro l’Europa. Contro la Francia in particolare. Contro chiunque osi opporsi. In una corrispondenza privata con il Primo Ministro norvegese, Trump avrebbe suggerito che, dopo essersi visto negare il Premio Nobel per la Pace, non vede più alcun valore nel “parlare di pace”. Il controllo, non il compromesso, è diventato l’obiettivo primario. È così che la Groenlandia è entrata nel dibattito: non come questione diplomatica, ma come forma di compensazione.

La reazione iniziale dei mercati: tra incredulità e riposizionamento

A prima vista, questa potrebbe sembrare una di quelle idee destinate a fare rumore per poi svanire nel nulla. I mercati, almeno inizialmente, hanno reagito con apparente indifferenza. Come ha osservato un editorialista del Wall Street Journal, gli investitori sembravano incerti su come prezzare un “nuovo ordine mondiale” troppo bizzarro per essere modellato correttamente. Quando la realtà sfugge ai modelli tradizionali, la negazione può sembrare una strategia. Ma la negazione non dura mai a lungo. In tutta Europa, i listini azionari hanno già colto il segnale. Parigi, Amsterdam, Berlino, Zurigo e Londra hanno aperto la settimana in forte ribasso dopo quello che è apparso come un vero e proprio ultimatum: vendere la Groenlandia o affrontare dazi più elevati. La reazione suggerisce che i mercati non stanno più sottovalutando la situazione. Stanno ricalibrando le proprie posizioni.

Il mercato obbligazionario lancia l’allarme

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Treasury USA sotto pressione

Il vero disagio non si manifesta nei titoli tecnologici più volatili, ma nel mercato obbligazionario. È qui che la situazione diventa seria. Gli investitori obbligazionari non sono noti per il loro temperamento drammatico: si preoccupano di questioni apparentemente noiose come la credibilità e la capacità di rimborso. Ma quando diventano nervosi, tendono a muoversi per primi, con conseguenze significative. I rendimenti dei Treasury statunitensi hanno superato il 4,25%, con alcune banche che prevedono che il rendimento decennale possa raggiungere il 4,5% entro pochi mesi. La ragione è semplice quanto inquietante: l’Europa non è solo l’alleata dell’America, è anche il suo principale creditore.

Il rischio di una fuga dai titoli americani

Il timore è che i governi e gli investitori europei possano reagire non solo con dazi su oltre 100 miliardi di dollari di merci statunitensi, o escludendo le aziende americane dai contratti pubblici, ma riducendo le loro partecipazioni in asset USA. Alcuni analisti si sono spinti oltre, avvertendo che i Treasury non sono più considerati il rifugio sicuro indiscusso di un tempo. La sicurezza sta confluendo verso oro e argento, con il metallo giallo che ha superato per la prima volta i 4.700 dollari l’oncia.

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Il circolo vizioso del debito americano

Questa dinamica è cruciale perché la logica forma un circolo vizioso tutt’altro che virtuoso: Se la Casa Bianca aliena i principali creditori, la domanda di debito USA si indebolisce. Se la domanda si indebolisce, i costi di finanziamento aumentano. Se i costi di finanziamento aumentano, i deficit diventano più difficili da sostenere. E improvvisamente, la solidità fiscale appare molto meno robusta di quanto pubblicizzato. Questo circolo si sta stringendo proprio mentre altre fonti di incertezza si accumulano. La Corte Suprema sta valutando la legalità dei dazi generalizzati di Trump, con implicazioni non solo per il commercio ma per l’indipendenza della Federal Reserve stessa. L’autonomia della Fed è già sotto esame, con decisioni imminenti sulla sua leadership.

L’impatto globale: chi paga davvero i dazi

Il costo nascosto per i consumatori americani

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I dazi non sono gratuiti. Un rapporto del Kiel Institute ha rilevato che gli americani stanno sostenendo quasi interamente il costo dei dazi statunitensi. Questo significa prezzi più alti sul mercato interno, anche quando la politica viene presentata come dimostrazione di forza all’estero.

Le economie mondiali si adattano

Nel frattempo, il resto del mondo si sta adeguando: – La Cina sta cercando di rilanciare la domanda interna per combattere la deflazione – Il Giappone vede i rendimenti obbligazionari a lungo termine in forte rialzo mentre gli elettori spingono per tagli fiscali che potrebbero mettere sotto pressione le finanze pubbliche – Il Regno Unito è bloccato con una disoccupazione vicina ai massimi dell’era pandemica – L’Europa, già alle prese con una crescita stagnante, sarebbe devastata da una guerra commerciale su vasta scala

Cosa aspettarsi nelle prossime settimane

L’imminente discorso di Trump al World Economic Forum di Davos aggiunge ulteriore incertezza. I mercati si stanno preparando a sorprese piuttosto che a stabilità. Anche il VIX, l’indice della paura di Wall Street che era rimasto stranamente calmo, si sta avvicinando a livelli che segnalano qualcosa di più di uno stress ordinario. Un’ondata di trimestrali arriva proprio mentre i trader mettono in discussione le prospettive generali. Netflix, 3M Company, United Airlines, US Bancorp e altri sono attesi con i risultati questa settimana, in un contesto dove ogni dato potrebbe amplificare la volatilità già presente sui mercati.