Il boom del debito tech oscura le attese per le IPO
Mentre il mercato attende con trepidazione una possibile quotazione di SpaceX e le eventuali IPO di OpenAI e Anthropic, l’azione più significativa nei mercati dei capitali tecnologici nel 2026 non riguarda l’equity. Il vero protagonista è il mercato obbligazionario, con un’ondata di emissioni di debito senza precedenti da parte dei colossi della tecnologia. I quattro hyperscaler — Alphabet, Amazon, Meta e Microsoft — prevedono di investire complessivamente quasi 700 miliardi di dollari quest’anno in spese in conto capitale e leasing finanziari per alimentare le proprie infrastrutture di intelligenza artificiale. La motivazione? Una domanda di risorse computazionali che le stesse aziende definiscono di portata storica.
Un’ondata di debito da quasi 1.000 miliardi di dollari
Per finanziare questi investimenti colossali, i giganti tecnologici stanno attingendo alle riserve di liquidità accumulate negli ultimi anni, ma soprattutto stanno ricorrendo massicciamente al mercato del debito. Questo fenomeno alimenta le preoccupazioni su una possibile bolla dell’intelligenza artificiale e sui rischi di contagio nel caso in cui startup ad alto consumo di capitale come OpenAI e Anthropic dovessero rallentare la crescita e ridurre gli investimenti infrastrutturali. Secondo un rapporto di UBS, le emissioni di debito legate al settore tech e all’AI a livello globale sono più che raddoppiate, raggiungendo 710 miliardi di dollari lo scorso anno. Per il 2026, la stima è di un balzo fino a 990 miliardi di dollari. Morgan Stanley prevede un gap di finanziamento complessivo per l’infrastruttura AI pari a 1.500 miliardi di dollari, che dovrà essere colmato in larga parte attraverso il credito, dato che le aziende non sono più in grado di autofinanziare interamente le proprie spese in conto capitale. Chris White, CEO della società di dati e ricerca BondCliQ, descrive l’aumento delle dimensioni del mercato del debito corporate come “monumentale”, parlando di un’offerta massiccia che sta inondando i mercati obbligazionari.
Le operazioni più rilevanti: Oracle e Alphabet in prima linea
Oracle: 50 miliardi per l’AI
Oracle ha annunciato a inizio febbraio l’intenzione di raccogliere tra 45 e 50 miliardi di dollari nel corso dell’anno per costruire capacità aggiuntiva dedicata all’intelligenza artificiale. L’azienda ha rapidamente collocato 25 miliardi di dollari in obbligazioni investment grade.
Alphabet: oltre 30 miliardi in una singola emissione
Alphabet ha seguito a ruota, ampliando un’offerta obbligazionaria fino a oltre 30 miliardi di dollari, dopo una precedente emissione da 25 miliardi a novembre. Le obbligazioni con scadenza 2029 sono state prezzate con un rendimento del 3,7%, mentre quelle al 2031 al 4,1% — spread estremamente contenuti rispetto ai Treasury di pari durata, segno che gli investitori non stanno richiedendo un premio significativo per il rischio. Dopo aver raccolto 20 miliardi negli Stati Uniti, Alphabet si è immediatamente rivolta al mercato europeo per ulteriori 11 miliardi di dollari. Secondo un analista del credito, il successo dell’operazione in Europa potrebbe convincere altri hyperscaler a seguire la stessa strada, dimostrando che la domanda per questo tipo di debito va ben oltre Wall Street.
Amazon, Meta e Tesla: pronti a bussare al mercato
Amazon ha depositato una registrazione mista (mixed shelf registration), segnalando la possibilità di raccogliere una combinazione di debito ed equity. Durante la conference call sui risultati, la CFO di Meta, Susan Li, ha dichiarato che l’azienda cercherà opportunità per integrare il proprio flusso di cassa con “importi prudenti di finanziamento esterno a costi contenuti”, il che potrebbe portare a mantenere un saldo netto di debito positivo. Anche Tesla, impegnata nel potenziamento delle proprie infrastrutture, potrebbe ricorrere a finanziamenti esterni, “attraverso ulteriore debito o altri strumenti”, come dichiarato dal CFO Vaibhav Taneja.
Il mercato delle IPO tech resta in stallo
Mentre le banche d’affari sono impegnate a gestire questa valanga di emissioni obbligazionarie, il fronte delle IPO tecnologiche rimane sostanzialmente fermo. Non si registrano depositi di quotazione da parte di aziende tech statunitensi di rilievo nel 2026, e l’attenzione è concentrata sulle mosse di Elon Musk dopo la fusione di SpaceX con la startup AI xAI, creando un’entità che lo stesso Musk valuta 1.250 miliardi di dollari. Secondo alcune indiscrezioni, SpaceX potrebbe puntare a una quotazione entro la metà del 2026, anche se l’investitore Ross Gerber, CEO di Gerber Kawasaki, ha dichiarato a CNBC di ritenere più probabile una fusione con Tesla piuttosto che un’IPO autonoma. Per quanto riguarda OpenAI e Anthropic — laboratori AI concorrenti valutati centinaia di miliardi di dollari — si parla di piani per un eventuale debutto in borsa, ma senza tempistiche definite. Gli analisti di Goldman Sachs prevedono 120 IPO quest’anno per un controvalore di 160 miliardi di dollari, in netto aumento rispetto alle 61 operazioni dello scorso anno.
Un contesto poco favorevole per le nuove quotazioni
Lise Buyer di Class V Group, consulente per aziende in fase pre-IPO, non rileva un’attività particolarmente vivace nel settore tech. La volatilità dei mercati pubblici, soprattutto nel comparto software e nelle sue vulnerabilità legate all’AI, unita alle tensioni geopolitiche e ai dati deboli sull’occupazione, sta tenendo le startup finanziate dal venture capital ai margini. “Il contesto non è particolarmente invitante in questo momento”, ha affermato Buyer. “Le condizioni sono migliori rispetto agli ultimi tre anni, ma un eccesso di IPO non sarà certo un problema quest’anno.” Si tratta di una notizia sgradita per i venture capitalist, che attendono una ripresa del mercato delle quotazioni dal 2022, quando l’impennata dell’inflazione e il rialzo dei tassi di interesse hanno di fatto chiuso la finestra delle IPO. Alcuni fondi di venture capital e hedge fund hanno realizzato profitti significativi attraverso grandi acquisizioni, incluse operazioni mascherate da acqui-hire e accordi di licenza, ma storicamente gli investitori in startup necessitano di un mercato IPO sano per mantenere soddisfatti i propri limited partner. Lo scorso anno si sono registrate 31 IPO tech negli Stati Uniti, più dei tre anni precedenti messi insieme, ma ancora lontane dalle 121 operazioni completate nel 2021, secondo i dati del professor Jay Ritter dell’Università della Florida.
Rischio concentrazione: troppo tech anche nel debito
Con volumi così elevati di emissioni provenienti da un numero ristretto di aziende, gli indici obbligazionari corporate si trovano ad affrontare un problema analogo a quello dei benchmark azionari: un’eccessiva concentrazione nel settore tecnologico. Circa un terzo del valore dell’S&P 500 proviene oggi dal “club dei trilioni” della tecnologia, che include Nvidia e gli hyperscaler. Secondo John Lloyd, responsabile globale del credito multi-settoriale di Janus Henderson Investors, il tech rappresenta attualmente circa il 9% degli indici di debito corporate investment grade, una percentuale destinata a salire verso il 15-18%. Dave Harrison Smith, chief investment officer di Bailard, definisce questo livello di concentrazione come “un’opportunità e un rischio allo stesso tempo”. “Si tratta di aziende estremamente redditizie con grande flessibilità nell’investire i propri flussi di cassa”, ha osservato Smith. “Ma la quantità di investimenti e capitali richiesti è semplicemente impressionante.”
L’effetto domino sui costi di finanziamento
Le preoccupazioni non si limitano alla concentrazione. White di BondCliQ avverte che, con un’offerta così massiccia di debito proveniente dai colossi tech, gli investitori finiranno per richiedere rendimenti più elevati a tutti gli altri emittenti. L’aumento dell’offerta comprime i prezzi delle obbligazioni e, quando i prezzi scendono, i rendimenti salgono. L’emissione di Alphabet è stata sottoscritta cinque volte rispetto all’offerta, ma “se si immette così tanta carta nel mercato, prima o poi la domanda si indebolirà”, avverte White. Per i debitori, questo si traduce in un costo del capitale più elevato, con un impatto diretto sulla redditività. Le aziende più esposte, secondo White, sono quelle che dovranno tornare sul mercato nei prossimi due anni, quando i tassi di interesse per le obbligazioni corporate saranno probabilmente più alti. “Questo causerà costi di finanziamento corporate molto più elevati su tutta la linea”, ha dichiarato White, specificando che l’impatto sarà particolarmente significativo per settori come l’automotive e il bancario. “È un problema serio in prospettiva, perché significa costi di servizio del debito più alti per tutti.”
Cosa significa per gli investitori
Il panorama attuale presenta un paradosso significativo per chi opera sui mercati finanziari. Da un lato, gli spread storicamente compressi nel segmento investment grade rendono poco attraenti le obbligazioni dei grandi nomi tech. Lloyd di Janus Henderson ha dichiarato di preferire il debito ad alto rendimento emesso dai cosiddetti neocloud e dalle ex società di mining di bitcoin riconvertite all’AI, dove il rapporto rischio-rendimento appare più favorevole. Dall’altro, l’assenza di IPO tech significative priva il mercato di nuove opportunità nel comparto equity, costringendo gli investitori a navigare in un contesto dove il debito corporate tecnologico sta ridefinendo gli equilibri dell’intero mercato obbligazionario. La sfida per il 2026 sarà capire se questa montagna di debito rappresenti un investimento produttivo destinato a generare rendimenti straordinari grazie all’AI, oppure il preludio di una correzione dolorosa qualora la domanda di infrastrutture computazionali non dovesse mantenere le promesse.

